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Cate Blanchett in Manifesto di Julian Rosefeldt

La rubrica “Gli attori di…” oggi diventa “L’attrice di…”, perché oggi parliamo di “Manifesto” e della sua unica interprete. Oggi parliamo di Cate Blanchett e dei tredici ruoli ricoperti per la videoinstallazione multischermo dell’artista tedesco Julian Rosefeldt poi montata in forma cinematografica. Il film è stato presentato all’inizio di quest’anno al Sundance, in Italia è già passato al Biografilm e al Milano Film Festival (qui la nostra recensione) e arriverà nelle sale con distribuzione limitata, a cura di I Wonder Pictures, da lunedì 23 a mercoledì 25 ottobre.

Il progetto “Manifesto” nasce nel 2015 ed è fruibile per la prima volta dal pubblico all’Australian Centre for the Moving Image di Melbourne, poi fa tappa alla Nationalgalerie di Berlino e in altre città. Dodici schermi, dodici video, potremmo dire dodici scene (in una delle quali i personaggi parlanti sono due, e quindi tredici ruoli) che affidano al corpo di Cate Blanchett un ruolo senza nome ma socialmente molto connotato e immediatamente riconoscibile (l’insegnante, la vedova, la punk, la coreografa), e alla voce di Cate Blanchett la lettura di un’ampia selezione di Manifesti artistici del 900. Gli abbinamenti non sono naturalmente casuali, e ad ogni personaggio corrisponde una corrente (Futurismo, Dadaismo, Costruttivismo) o un blocco tematico (architettura, cinema, arti performative).

L’effetto è sempre straniante, a tratti apertamente ironico, ma l’intento di Rosefeldt non è semplicemente derisorio (anche se più di una volta si ride) o dissacrante: per l’autore la scrittura dei Manifesti è “bella e ipnotica”, si tratta non solo di “documenti storico-artistici”, ma di “materiale altamente vivo e performativo”. Materiale teatrale, insomma, materiale da far recitare per suggerirne una lettura nuova, autenticamente attuale, che accade nel momento stesso in cui ne facciamo esperienza. E in questo senso la libertà di fruizione data dell’installazione originale (il video seguente ne dà un’idea) non è ripetibile nel montaggio cinematografico. Però vedere “Manifesto” al cinema è comunque interessante, perché l’opera di Rosefeldt gioca con certi meccanismi che siamo abituati ad attivare automaticamente quando ci sediamo per guardare un film. [segue ↓]

Innanzitutto, la voce dell’attore. Quando la lettura di Cate Blanchett arriva alle nostre orecchie come voce fuori campo, la interpretiamo come descrittiva, per analogia o per contrasto, rispetto alle immagini che scorrono sullo schermo; quando invece il testo viene recitato in forma diretta, come monologo, percepiamo uno scollamento tra il contenuto e il personaggio collocato nel suo ambiente. È una sensazione familiare: se ci avviciniamo a uno scritto complesso come quello dei Manifesti, uno scritto che intende teorizzare su concetti assoluti come arte o verità, la prima sensazione è una sgradevole distanza che ci mette a disagio (e quando ci si sente a disagio spesso si ride, appunto). Sembra impossibile trovare alla radicalità di frasi come “La logica è una complicazione, la logica è sempre sbagliata” (Tristan Tzara, Dada Manifesto) o “L’unico valore di vita è: cambiamento imperituro!” (Bruno Taut) un senso applicabile agli aspetti pratici, squallidi e difficili della vita quotidiana. Cosa se ne fa un senzatetto delle parole di Karl Marx? Quale interesse possono trovare dei bambini nelle regole di Dogma 95 firmate (e poi rinnegate) da Lars Von Trier?

Rosefeldt ci suggerisce però anche una direzione diversa, mostrandoci come proprio in questa nostra vita quotidiana così caotica e refrattaria alle teorizzazioni, ci sia invece molta più estetica (che è, etimologicamente, la percezione attraverso i sensi) di quella che pensiamo. Quando i personaggi monologano, non è la forma-monologo in sé a suonarci strana: sono molte le situazioni comuni in cui una persona imposta il proprio discorso solitario in funzione di un pubblico che ascolta, e il discorso stesso rispetta delle regole formali molto precise. Talmente precise e codificate che bastano la mimica e il tono di voce, altrettanto codificati e coerenti, di Cate Blanchett a farci immaginare cosa quel personaggio starebbe dicendo se Rosefeldt non gli avesse messo ironicamente in bocca un Manifesto: sappiamo benissimo cosa direbbe un’insegnante ai suoi alunni, una conduttrice di telegiornale alla sua inviata esterna (unico dialogo dei dodici segmenti, ma fatto comunque a beneficio di un pubblico), una vedova a un funerale, una madre che prega prima di pranzare con marito e figli. Lo sappiamo perché sono comportamenti recitati, e la nostra vita ne è piena: a casa, a scuola, sul posto di lavoro, ovunque. C’è tanta arte, tanta rappresentazione, tanto artificio nelle situazioni che viviamo tutti i giorni.

In altri momenti di “Manifesto”, poi, cogliamo un’imprevista aderenza tra le parole della voce fuori campo e le microrealtà rappresentate: l’occhio libero “dalle regole della prospettiva” e “della composizione logica” di cui parla Stan Brakhage nelle sue Metaphors of Vision ci sembra un paradosso, ma anche la descrizione perfetta per lo sguardo di un bambino concentrato su un disegno; e le frasi del Fluxus Manifesto non ci appaiono per niente astruse ma anzi molto pertinenti se pensate in relazione al lavoro di un gruppo di ballerini.

A questo punto, da spettatori, ci poniamo una domanda: com’è possibile che riusciamo a seguire senza difficoltà le teorie di Fluxus e di tanti altri artisti e pensatori, dall’espressionismo all’arte concettuale, e addirittura a metterle in relazione con la complessità di una messa in scena meta-cinematografica? Quand’è che siamo diventati grandi esperti d’arte moderna e contemporanea? Non lo siamo, è la recitazione di Cate Blanchett che ci sta rendendo comprensibili frasi che sulla carta avremmo trovato ostiche (e vale la pena sottolineare che le riprese sono durate appena undici giorni). Potremmo stare ad ascoltarla per ore, incantati dalle infinite sfumature di tonalità e accenti, da quell’eloquio teatrale chiarissimo che trasforma ogni testo, anche il più tecnico, in puro ritmo musicale, e al tempo stesso rimaniamo attenti, concentrati sul contenuto. Dei 95 minuti di “Manifesto” non ci sfugge un parola, capiamo tutto, accumuliamo domande, cerchiamo risposte, ragioniamo tantissimo e ci divertiamo il doppio. Ed è la recitazione, una delle arti umane più antiche, forse primordiali, che ci permette di farlo.
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“Manifesto” è al cinema il 23, 24 e 25 ottobre 2017 distribuito da I Wonder Pictures (l’elenco delle sale in tutta Italia è disponible su iwonderpictures.it).

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