Home > Recensioni > Celtic Frost: Monotheist
  • Celtic Frost: Monotheist

    Celtic Frost

    Data di uscita: 01-05-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Back to the basics

Il ritorno dei Celtic Frost, di un album con il loro logo originale in copertina, di un gruppo seminale che ha dato il via all’avanguardismo nella scena estrema, poteva essere solo un’attesa drammatica per i fan del trio svizzero. In primo luogo, perché nella loro carriera sono stati in grado di stupire, di naufragare in modo inaspettato, di optare per il classico ritorno alle origini, ma senza troppa convinzione. Eppure, la voglia di un ritorno, per un gruppo cosciente dell’importanza della propria eredità, di un ritorno ben meditato e costruito senza sbavature, con le spalle coperte da un colosso come la Century Media, non può nascondere solo motivi banali o creatività traballante.
“Monotheist” ne è la conferma. Niente sperimentazioni à la “Into The Pandemonium”, niente velleità artistiche da avanguardismo fine, ma una feroce, programmatica e malatissima crudeltà. “Monotheist” fa accapponare la pelle per il suo carisma nero, per il suo ecletticismo implicito ma non dichiarato con inutili fizzi, fazzi e lazzi. I Celtic Frost radunano la corrosiva acidità dei loro riff e vocals, e ci introducono elementi industrial. Anche l’ambiguità delle voci femminili, che viene ripresa in “Drown In Ashes”, sospesa in un limbo brumoso ed elettrico, sinuoso e cinereo; una deriva progressiva, tra parlato sinistro e deliquie cantate. “Os Abysmi Vel Daath”, invece, come un pezzo di stoner doom, si scaraventa come un macigno; un inferno distorto ed infido, e quando i toni vocali si fanno instabili ed i lead di chitarra incerti anche claustrofobico e destabilizzante. La quasi monodica “Obscured” è ipnotica, delicata, come un secondo volto virgineo e Neurosistico dei Celtic Frost. “My Domain Of Decay” introduce quella potenza selvaggia dei riff, quasi scoordinata ed incapace di domare il suo impulso abrasivo-aggressivo. E si arriva alla ascetica ed eterea “Incantation Against”, che come una magica litania dal cantato femminile vagamente ispirato allo stile mediorientale, congeda l’ascoltatore rimasto basito dalla potenza tecnica e nera dei precedenti episodi.
“Monotheist” è una dimostrazione di maturità avvalorata dal coraggio e dallo spirito artistico; è un disco sotto certi punti di vista inconvenzionale e avanguardistico, specie per gli intenti; è amaro, convulso, cinico e claustrofobico. Un ritorno di classe, che disorienta le aspettative e riempie il palato del fan dei Celtic Frost di orgoglio e sorpresa. Non sarà valso tredici anni di attesa, ma poco ci manca.

Scroll To Top