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  • Cemetary: Phantasma

    Cemetary

    Data di uscita: 17-02-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Canto del cigno

Chi sono i Cemetary nel 2005? Dal 2000 fino all’agosto scorso, Mathias Lodmalm. Nessuna sorpresa, è sempre stato il membro originario e l’unico stabile. Instabile è stato il contesto intorno a lui: il cammino umorale lo ha portato a cambiare moniker ogni qualvolta si perdesse lo spirito originario del progetto. Non mi è ben chiaro se tenesse più progetti insieme o se piuttosto decidesse di dare singola importanza ad ogni uscita: i Cemetary dei primi anni ’90 diventano quindi Sundown nel 1997, per registrare quel “Design 19″, unico ad entrare un po’ nella storia del metal catchy di nicchia (d’altrettanta fama non gode “Glimmer” del 1999); poi si sciolgono e diventano Cemetary 1213 in virtù del brano “Trancegalactica” dall’album “Last Confessions”. Poi di nuovo licenziati tutti e per cinque anni, più nulla. Nel 2005 arriva “Phantasma” per la Black Mark, e a maggio la dichiarazione di resa verso il mondo del music biz che gli ha ucciso tutta l’ispirazione rimasta.
“Phantasma”, per la sua lunga gestazione e per le differenti motivazioni artistiche rispetto al passato dello stesso Mathias, ha poco a che vedere con le passate proposte. L’album prende a piene mani ispirazione dall’industrial metal di Brian Warner: la musica è una distesa di elettronica, bassi pulsanti, riff catchy e di facilissima assimilabilità, e plagi totali dello stile vocale del reverendo fatta eccezione per qualche scream digitalizzato. Strizzando l’occhio a “Mechanical Animals”, con qualche marcia Kovenant/Starshine in più, ci troviamo davanti alla stranezza di atmosfere che non riescono a catturare l’orecchio per la loro troppa freddezza, nonostante la buona esecuzione, buone trovate musicali e stilistiche che si spengono per la totale mancanza di melodie portanti; viene a mancare, cioè, ciò che fa di una canzone, il suo tratto caratteristico e distintivo. I loop non portano avanti da soli un brano, i riff ritmici non fanno più che creare un dark alternative metal da dancefloor, gli arrangiamenti non vanno a supporto di nulla. Questo disco ha groove, ma non ha canzoni. È professionale e diretto, ma non travolge, se non per quegli usi accessori che possono essere goth party, discoteche rock, et simila. I pochi lenti presenti, sono bozze di distese sonore d’una certa profondità, abortite dentro nenie solitarie ed avvolte in una spirale introvertita.
Forse, è come Mathias ha annunciato sul sito: le persone con cui è rimasto a fare affari in questi anni hanno ucciso anche quell’ultimo spiraglio d’ispirazione che gli era rimasto. Però ha anche ragione nel dire che se ne esce con dignità, con un disco prodotto bene, non ruffiano, un po’ strisciante, derivativo ma fatto con i controcazzi e voluto. Per questo motivo, qualcosa lo muove. Non porta al coinvolgimento, ma è un canto del cigno che si fa ascoltare.

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