Home > Recensioni > Centurions Ghost: The Great Work

Il Grande Lavoro?

I Centurions Ghost sono una specie di segreto di Pulcinella per coloro che seguono la scena doom. Hanno alle spalle un solo demo accolto benissimo nell’ambiente, chi li ha visti dal vivo parla di spettacoli grandiosi, non è difficile quindi capire per “The Great Work” fosse così atteso.
La recensione potrebbe finire con questa frase: le promesse sono state mantenute.
I tre ragazzi inglesi, infatti, propongono un personalissimo mix di tutto quello che è il doom al giorno d’oggi. Già il brano d’apertura “The Supreme Moment” funge da manifesto di tutto il disco: ci sentirete gli Electric Wizard di Jus Oborn – e ovviamente i Black Sabbath – come lo sludge di scuola EyeHateGod, momenti quasi doom n’ roll e melodie che più europee non si può.
“Un classico”, potrebbero dire gli scettici, “prendere un certo numero di elementi e amalgamarli insieme in un pastone senza personalità, spacciandolo per “innovazione”. E invece la qualità principale dei Centurions Ghost è il senso della misura. Le canzoni sono generalmente brevi, non si perdono in divagazioni o sterili elenchi di influenze, risultando così dinamiche senza essere dispersive. Un esempio può essere la splendida “In Defiance”, che si apre con un riff ai confini del death metal sorretto da una ritmica che sembra uscita da un disco dei Down, e culmina in un rallentamento à-la-My Dying Bride con tanto di hammond ad arricchire l’impasto.
Restano alcune perplessità sulla voce perennemente urlata di Mark Scurr, un po’ monotona alla lunga e che nei momenti più dilatati rischia di uccidere l’atmosfera. Anche i suoni, un po’ troppo asciutti, rischiano di non rendere pienamente giustizia alle potenzialità della band. Ma considerando che siamo di fronte ad un debutto assoluto possiamo ritenerci ben più che soddisfatti.

Post scriptum: lode alla splendida copertina e infamia sui testi, a tratti quasi ridicoli. Ma perché?, ci si chiede.

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