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Ceylan, Rohrwacher, Dolan, Godard: i vincitori di Cannes 2014

Che dire a pochi minuti dalla proclamazione dei premi assegnati dalla giuria presieduta da Jane Campion a Cannes 2014 (qui tutti i vincitori)? Che poche altre volte nella storia c’è stata una così esatta corrispondenza tra merito e riconoscimento dello stesso. Quasi tutte ineccepibili le scelte, sovvertendo a volte di parecchio i pronostici della vigilia. Chi si aspettava, ad esempio, che i fratelli Dardenne rimanessero a mani vuote? Che nemmeno la loro attrice protagonista Marion Cotillard si portasse a casa la Palma? O che la tanto strombazzata Naomi Kawase, presente alla cerimonia in forze con tutto il cast, non salisse le scale che portavano verso il palco del Gran Teatro nemmeno per un premio tecnico?

Discorso a parte per la nostra Alice Rohrwacher, che lasciamo per la chiusura.

Cominciamo l’analisi dai premi alle due interpretazioni maschile e femminile, andati a Timothy Spall e Julianne Moore. Spall, con la sua vigorosa interpretazione del pittore William Turner nel biopic di Mike Leigh, aveva veramente pochi rivali. Sempre in scena per la quasi totalità delle tre ore di durata, un personaggio tutto interiore, molto trattenuto, che lascia ad un perenne grugnito suino il compito di esplicitare la tempesta di emozioni dell’animo artistico di un genio totale, totalmente incapace, però, nelle relazioni umane. Un premio anche alla carriera di un interprete britannico di scuola raffinata, capace comunque d’immergersi totalmente in personaggi proletari e sofferenti, come nello splendido “Segreti e bugie”, ancora di Mike Leigh.

Che dire invece di Julianne Moore? Che è una delle più grandi interpreti della sua generazione? Che per registi come Robert Altman e Paul Thomas Anderson ha tratteggiato personaggi ormai entrati nella storia del cinema? Che la sua sciroccata attrice in decadenza Havana Segrand in “Maps to the Stars” è già culto sulla rete a pochi giorni dall’uscita del film nelle sale? Solo per aver fatto entrare David Cronenberg nel palmares, stima imperitura.

I due premi tecnici non sono forse totalmente condivisibili ma hanno un senso preciso. La miglior sceneggiatura ad Andrey Zvyagintsev premia il suo tenere in equilibrio “Leviathan” tra dramma e commedia inserendo un potente richiamo metaforico alla condizione della Russia attuale. Un lavoro ancora più gigantesco quello fatto da Bennett Miller con la regia di “Foxcatcher” (per me il miglior film della selezione dopo Godard): una regia dall’impianto classico che non sbaglia un’inquadratura, e che al contempo guida i corpi dei suoi protagonisti in un balletto fisico che unisce grazia e violenza. Premio STRAmeritato.

L’ex-aequo del Premio della Giuria è un tocco di classe infinito. Cannes premia il giovane leone rampante e l’antico maestro, unisce presente e passato, si conferma il festival fondamentale della Settima Arte: Jean-Luc Godard e Xavier Dolan, che peccato non vedervi insieme abbracciati anche sul palco, sarebbe stata un’immagine meravigliosa.

La Palma d’Oro a “Winter Sleep” di Nuri Bilge Ceylan non entusiasma e non scandalizza. Film dall’impianto teatrale, una sequela impressionante di scene madri, tre attori in forma smagliante, e un’ossessione bergmaniana nella regia che provoca uno straniamento culturale che, a mio parere, è la sua vera forza.

Chiudiamo con il Gran Premio della giuria a “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher. Bisogna essere chiari, è un buon film, che credevo avesse il difetto di essere molto diretto ai connazionali e poco comprensibile all’estero, e invece mi sbagliavo. Ma l’orgia di premi cinematografici per il nostro Paese continua, dopo il Leone d’Oro a “Sacro GRA” di Rosi, il Marc’Aurelio d’Oro a “Tir” di Fasulo e l’Oscar a “La grande bellezza” di Sorrentino. All’estero verremo percepiti come una cinematografia vitale, che sforna un’impressionante serie di capolavori a getto continuo. A me questa cosa sembra MOLTO lontana dalla verità, ma magari è solo un mio pensiero.

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