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Those who not remember the past

Scrivere dei Changes vuol dire scrivere di un incredibile passato e di un sorprendente presente, vuol dire avere la quadratura del cerchio di un controverso e mutevole ambito musicale quale è il neo-folk (da intendersi come etichetta sui generis), vuol dire avere un punto di partenza. E scusate se è poco.
Nati nel 1969 per mano di Robert N. Taylor e Nicholas Tesluk i Changes si distinguono per un raffinato quanto minimale folk, incentrato sulle melodie di Tesluk alla chitarra e portato in vita dall’evocativa e misteriosa voce di R. N. Taylor, personaggio che ha militato in diversi ambienti della controcultura americana e che, 10 anni prima dell’ondata “apocalittica” inglese, già esprimeva attraverso la sua poetica un sentimento di smarrimento e nostalgia per una cultura in decadenza, tematiche che sarebbero diventate cardine nello sviluppo del genere nei primi anni ’80.
Il gruppo inizia suonando live nei coffee-house associati alla Process Church e registra diverse ore di materiale prima di interrompere l’attività nel ’77, senza aver tuttavia rilasciato alcuna produzione ufficiale. Il cerchio si chiude nel 1994 quando la Storm di Michael Moynihan, in collaborazione con la defunta Cthulhu Records, si attiva per pubblicare una raccolta di materiale risalente a quegli anni, una scintilla che fa tornare in vita anche la band stessa: un passato che ritorna.
“Fire Of Life” (oggi reperibile tramite la ristampa targata Hau Ruck!) è frutto di questa lunga e curiosa operazione di recupero e, al di là dell’importanza storica, mostra ancora oggi un potenziale musicale di assoluto spessore, valorizzato da liriche ispirate, ricercate e profonde, i cui significati sono dettagliatamente esaminati all’interno del booklet. Poco importa se la produzione è imperfetta (parliamo di nastri di 30 anni addietro), questo suono ruvido che porta i segni dei decenni non ha perso un grammo di forza espressiva.
È lungo il percorso fatto da queste undici canzoni di folk intimo e coinvolgente dove la chitarra, strumento portante ed essenziale nell’economia dei pezzi, crea atmosfere rarefatte e variegate, sulle quali si impone la voce di Taylor. Due soli elementi talmente ben amalgamati da completarsi a vicenda nelle delicate note di “Memorabilia” o nella nostalgica “Horizons that i see”. Una semplicità capace di diventare epicità in musica nella drammatica “Twilight of the West”, vera canzone manifesto di un disco che è una lezione di Storia.

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