Home > In Evidenza > Che fine ha fatto Bernadette?
  • Che fine ha fatto Bernadette?

    Diretto da Richard Linklater

    Data di uscita: 12-12-2019

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:
    Vota anche tu

Correlati

Accolto male dalla critica d’oltreoceano, sanguinoso flop al botteghino statunitense, e risarcito parzialmente con una nomination ai Golden Globes nella categoria commedia/musical per la protagonista Cate Blanchett, il percorso produttivo e distributivo di “Che fine ha fatto Bernadette?” è da subito sembrato complicato.

Arriva ora in Italia e il consiglio, come sempre per quanto concerne la filmografia del texano Richard Linklater, è quello di andare in sala a toccare con mano. Un film dai ritmi sbalestrati, dall’andamento diseguale e discontinuo, ma comunque ricolmo di un afflato poetico/sociale davvero raro nel cinema mainstream contemporaneo, che scolpisce, più di ogni altra cosa, una protagonista memorabile, vittima di questo ventennio devastante, a cavallo tra i due secoli, depauperata di ogni cosa: del talento, della passione politica ed ecologica, della socialità degenerata in sociopatia.

Tratto dal libro di Maria Semple, dal titolo leggermente diverso (e lasciato tale in originale): Where’d You Go, Bernadette”, con un “dove vai” decisamente più calzante del nostrano “che fine ha fatto”. Lo sappiamo subito, dalla prima sequenza, che fine ha fatto Bernadette; il dove vai è inteso in senso esistenziale, più che geografico. Dove ti condurrà la vita se decidi, all’ennesimo rovescio, di tentare di riprenderne in mano i fili?

Seattle, ai giorni nostri. Elgie (Billy Crudup) e Bernadette (Cate Blanchett) sono una coppia benestante e apparentemente felice. Elgie, però, è sempre più occupato a sviluppare il proprio progetto per Microsoft, mentre Bernadette vive con difficoltà crescente i rapporti con il vicinato e la sua condizione di casalinga. Perché Bernadette, anche se nessuno lo sa, era uno dei più brillanti architetti d’America. Quando l’equilibrio tra le tensioni contrapposte sembra cedere, Elgie decide di correre ai ripari e d’intervenire, prima che la depressione della moglie abbia definitivamente il sopravvento …

Bernadette Fox è un personaggio estremamente complesso e sfaccettato, e la difficoltà di renderlo appieno è percepibile distintamente anche nella versione licenziata per le sale, oggetto di svariate riscritture e rimontaggi. La magione fatiscente in cui abita con la famiglia, invasa dalle erbacce e rappezzata alla bell’e meglio, è la plastica rappresentazione di un inconscio ferito, di un mondo lasciato all’esterno, che tenta, come appunto le erbacce, di rientrare di soppiatto, dagli anfratti, dalle fessure. Una donna intelligentissima relegata al ruolo di moglie e madre, una creativa che, pur amando alla follia sua figlia, non può tarpare il suo genio, pena il progressivo scollamento dalla realtà. Nella tensione tra parto creativo e biologico, tensione creata artatamente, è racchiuso il mistero di Bernadette.

Temi importanti e difficilissimi da trattare, e Linklater non sempre riesce a tenere tutto in equilibrio. Ad una prima parte mirabile per equilibrio narrativo, segue una seconda sfilacciata e debordante, che ci porta dalle parti del “Walter Mitty” di Ben Stiller, per location e sfogo (apparentemente) escapista, in realtà vitale e necessario. Bernadette vive (male) a Seattle, la città protagonista degli anni Novanta, dal grunge agli scontri “no global” del ’99 (il culmine di un movimento vitale ed intellettuale soffocato nel sangue a Genova, due anni dopo, al G8). E, guardacaso, torna attiva oggi, grazie alle istanze ambientaliste di cui era portatrice e anticipatrice, ben prima di Greta.

Risiede proprio in questa lettura il cuore di un’opera che, invece, non riesce a dispiegare una narrazione convincente al primo livello, e che quindi potrebbe deludere più di uno spettatore. Io v’invito invece ad osservare la sfumature interpretative di una Blanchett soprannaturale, come al solito, che “sente” il personaggio molto più del suo regista. Dov’è Linklater, dunque, in tutto questo? Nelle istanze politiche sotterranee (degno successore, da questo punto di vista, del precedente, e magnifico, “Last Flag Flying”, che v’invito a recuperare su Amazon Prime, se ne disponete), nel rapporto nostalgico e dolente con il tempo che passa (uno splendido momento, una “Time After Time” di Cindy Lauper cantata a squarciagola), nell’elogio dell’alternativo.

Sarà anche un Linklater minore (e indubbiamente lo è) ma è sempre un piacere maggiore poter fruire del suo cinema in sala. Visto che non succede poi così spesso, il consiglio è quello di accorrere.

Pro

Contro

Scroll To Top