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Che la poesia cambi il mondo

Innamorata del proprio professore, figlia della Milano “bene” anni Trenta, morta suicida a soli 26 anni. Ci sono tutti gli ingredienti, quando si parla della poetessa milanese Antonia Pozzi, per gridare al personaggio. Ma Marina Spada, già a Venezia nel 2006 con Come l’ombra, ha tutta un’altra Antonia Pozzi nella testa – o, meglio, nel cuore. Poesia che mi guardi, il cui titolo viene da un verso di Preghiera alla poesia di Antonia Pozzi, è prima di tutto un film sullo sguardo. Maria, la protagonista, è una cineasta, ma ad emergere è anche lo sguardo della poesia che, dall’alto, si posa su una Milano contemporanea, fatta di persone che non si fermano mai nelle proprie piazze e di cantieri che, sia al centro che nelle periferie, stanno cambiano per sempre il profilo – architettonico ma non solo – della città.

Chi è Antonia Pozzi? Come la vuole ricordare il tuo film?
È un’anima grande. Un vero poeta. E un poeta decisamente moderno: desidera e rivendica il proprio desiderio rivoluzionario. Ti fa immaginare mondi e possibilità diverse. Anche dal punto di vista squisitamente letterario, è una pioniera dei temi della linea poetica lombarda. Per prima, ha scritto delle poesie sulla periferia, anticipando i temi del limite e del margine. Ma Anceschi, allievo di Banfi, citò la Pozzi con un semplice “e poi”. E non dimentichiamo l’influenza, avvertibile in molti versi, che la Pozzi ebbe anche su Montale che, nel 1943, firmò l’introduzione alla prima raccolta postuma della poetessa.

Il suo suicidio rischia però di trasformarla in un personaggio. Qual è invece l’insegnamento profondo che Antonia Pozzi può dare alle nuove generazioni, rappresentate nel film dagli H5N1, gruppo di studenti che si occupa della diffusione della poesia nella città di Milano?
Antonia Pozzi era nata poetessa, e per non rinunciare a se stessa e alla poesia si è uccisa. Ma sono convinta che, se non si fosse uccisa, sarebbe entrata nella Resistenza. Abbiamo prove, raccolte recentemente, che frequentava gli incontri da cui è poi uscito uno dei grandi gruppi della Resistenza lombarda. Si trattava di una generazione, la sua, cresciuta nell’oscurantismo, nonostante Antonio Banfi, che pure aveva giurato fedeltà al Regime, insegnasse tutti gli ultimi pensieri della filosofia straniera. A quell’epoca, però, il disagio non era tollerato. Bisognava credere, obbedire e combattere, il tutto sotto i venti di guerra. E, purtroppo, ha delle assonanze con il mondo di oggi. Non stento a dire che noi stiamo vivendo dei novelli anni Trenta.

E a questo proposito come vedi la presenza di ben tre film sulla poesia in questa Mostra 2009?
Probabilmente è una necessità che c’è nell’aria. Ritengo che ci sia bisogno di poesia, perché la poesia diventa metafora di altro. Abbiamo bisogno di un mondo e di un paese accogliente, di fiducia e, disperatamente, di dare fiducia a qualcuno che meriti la nostra fiducia.

Il film si apre e si chiude con immagini di Milano, la tua città e anche la città di Antonia Pozzi. Com’è, secondo te, la Milano di adesso?
È una Milano in cui i milanesi non si riconoscono. Non a caso ha il più alto grado di turn-over di residenza. Le persone vengono, lavorano (o rapinano), e se ne vanno. Noi che la viviamo la vediamo com’è: poco accogliente, poco colta, provinciale – una città gestita da chi non sa come vivono le persone vere. Anche sui giornali non siamo visti in maniera veritiera: siamo tutti dipinti come leghisti o forzisti, o appassionati di vasche in corso Como con veline e calciatori. Milano è ancora motore di sperimentazione, sì, ma in senso negativo: di televisione che crea consenso, di non-accoglienza, di mortificazione continua delle speranze dei giovani. Quando cambierà tutto questo?

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