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Che voce! Che voce!

Con quella voce, si dice sempre parlando di lui, può cantare qualsiasi cosa. C’è da aggiungere che Mark Lanegan all’Alcatraz ieri sera ci ha regalato una grandissima esibizione, non risparmiando pezzi più dinamici e rock rispetto ai brani lenti, folk e depressi del passato, presentati in versione lievemente riadattata nelle sonorità. Il che stordisce: la voce di Lanegan è così struggente che fa piangere e, accompagnata a brani dinamici e forti, a bassi usati per fare rumori di sottofondo, a chitarrare anni ’50, a tastiere impeccabili, a batterie velocissime, causa un effetto straniante.

Perfettamente in linea con l’ultimo album, “Blues Funeral”, Lanegan e la sua band ci hanno regalato due ore di loop, beatbox e basi elettroniche. Ovviamente, Lanegan non si muove, non guarda il pubblico, non parla. Ci stupiamo di vederlo camminare sino al microfono.
Un concerto di Mark Lanegan (che potrete rivedere a Verona il 2 settembre) non delude mai. O forse, è meglio dire, è ciò che ti aspetti. Grande impatto sonoro, grande momento quasi mistico (dato che lui è come un feretro sul palco, non ti puoi mica aspettare che ballucchi o racconti barzellette).

Sleep With Me
Hit the City
Wedding Dress
One Way Street
Resurrection Song
Wish You Well
Gray Goes Black
Crawlspace (Screaming Trees song)
Quiver Syndrome
One Hundred Days
Creeping Coastline of Lights (Leaving Trains cover)
Riot in My House
Ode to Sad Disco
St. Louis Elegy
Leviathan
Tiny Grain of Truth

The Gravedigger’s Song
Pendulum
Harborview Hospital
Methamphetamine Blues

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