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  • Chiamami col tuo nome

    Diretto da Luca Guadagnino

    Data di uscita: 25-01-2018

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Arriva finalmente in sala, a un anno esatto dalla prima presentazione al Sundance 2017, “Chiamami col tuo nome”, e l’uscita è stata persino anticipata di qualche settimana rispetto alla data inizialmente annunciata, probabilmente per sfruttare l’effetto nomination per la prossima Notte degli Oscar.

Al netto di ogni polemica sulle precedente considerazione critica verso il regista, sulla fuorviante campagna della Sony atta quasi a nascondere l’argomento principale dell’opera e vario altro chiacchiericcio (spesso) insensato, il nuovo film di Luca Guadagnino ci consegna, piaccia o meno, un Autore, che ha finalmente asciugato il suo stile e trovato una sceneggiatura perfetta per la messa in forma del suo personale teorema cinematografico (con la T maiuscola o minuscola a vostra scelta), sociale e politico. Un regista borghese che quell’ambiente sa raccontare e analizzare, procedendo per suggestioni e rimandi, senza affrettare mai il tempo del racconto ma riuscendo comunque a mantenerlo in continuo movimento (qui l’incontro con regista e cast).

Saltano alla mente i pomeriggi estivi filmati da Eric Rohmer e Bernardo Bertolucci, numi tutelari del regista, più che il dichiarato Maurice Pialat, posizionati in un passato prossimo ma che è già remoto, il 1983, per la lentezza dei ritmi e l’affiorare della noia da combattersi con libri e nuotate, senza gli occhi fissi su un piccolo schermo tascabile.

Nel 1983, appunto,  una calda estate segna per sempre la vita del diciassettenne Elio (Timothée Chalamet, giustamente candidato all’Oscar per il ruolo), un musicista più colto e sensibile dei suoi coetanei, che ogni estate trascorre le vacanze nella villa di famiglia. Il padre (Michael Stuhlbarg), un professore universitario, come ogni anno ospita uno studente straniero per lavorare alla sua tesi di post dottorato. L’arrivo di Oliver (Armie Hammer), ventiquattrenne statunitense, per la sua bellezza e i modi disinvolti, sconvolge la vita di Elio, che se ne innamora immediatamente.

Tra lunghe passeggiate, nuotate e discussioni, tra i due giovani nasce un desiderio travolgente e irrefrenabile. Un amore immerso in una natura immota e ancestrale seppur abitata e plasmata dall’uomo, sempre più centrale nella messa in scena col progredire della passione, un film che vuole dirci (in qualche scena URLARCI, come quella ormai famosa con una pesca come coprotagonista) che essere innamorati è l’unico modo per essere in comunione con la nostra vera Madre, con l’estate terreno di fioritura di frutti e sensi. Stagione simbolica anche dello sbocciare di un’identità, sessuale ma non solo, in contrapposizione al rigido inverno, a quel fuoco fonte di calore e insieme di struggimento, come scopriremo nel toccante finale.

Guadagnino muove benissimo la macchina da presa attorno ai corpi dei suoi protagonisti (citiamo anche la deliziosa Marzia interpretata da Esther Garrel, sorella di Louis e figlia del maestro Philippe), punta sull’effetto nostalgia per almeno un paio di generazioni (che ricordano le 128, i walkman con le musicassette, le canzoni dell’epoca) e realizza un perfetto esempio di cinema “mainstream” d’autore capace di piacere più o meno a tutti, pubblico, critica e Academy.

Un film con una maniacale attenzione, ed è la scelta vincente, al dettaglio, ai rumori e alla consistenza materica di oggetti e corpi, superfici lisci o ruvide da esplorare, con le mani e con tutti gli altri sensi. Un’ora di prologo, di immersione nella placida atmosfera della campagna lombarda, di nuotate in una vasca minuscola (sintesi visiva mirabile della cappa opprimente del mondo anche in regime di totale e apparente libertà) e poi ogni altra cosa scompare, perde d’importanza, rimangono solo due ragazzi innamorati, ebbri del piacere dell’altrui presenza fisica. Un film da fruire obbligatoriamente (pochissime sale in tutta Italia, non ci lamentiamo poi se i cinefili si rivolgono principalmente all’offerta pirata) in lingua originale, pena il completo fraintendimento di alcuni importanti momenti e di alcune scelte fondamentali: Elio parla in francese alle donne e in inglese agli uomini, la musicalità e la scelta gergale nelle varie lingue fanno parte della messa in scena, un sensazionale momento familiare di traduzione dal tedesco è uno dei passaggi fondamentali dal primo al secondo atto.

Ci vuole coraggio, oggi, a tessere le lodi della famiglia benestante di buona cultura e impeti (post)sessantottini, ad esaltarne l’apertura mentale e la capacità di ritirarsi dal proscenio nel momento giusto, e Guadagnino lo fa, perché non è più tempo di “Pugni in tasca”, perché non è giusto gettare nel calderone della propria fallimentare classe dirigente tutto e tutti. Lo sguardo al “presente” filmico, con gli esili riferimenti a Craxi e alla morte di Buñuel, più che sottolineare agganci con l’attualità fungono da ulteriore, seppur verbale, elemento scenografico, così come la fugace apparizione di Grillo in Tv.

In sintesi, il consiglio è di andare in sala, in questa settimana, perché a nessun film è garantita la chance della seconda, nemmeno ad un candidato a quattro premi Oscar (oltre a Chalamet, film, sceneggiatura adattata di James Ivory dall’omonimo romanzo di André Aciman e  la canzone originale “Mystery of Love” di Sufjan Stevens), se gli incassi dovessero risultare fiacchi. Non è il capolavoro strillato da più parti, ma è un film finemente cesellato, elegante senza mai risultare freddo, tanto per chiamarlo davvero col suo nome.

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Contro

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