Home > Recensioni > Children Of Bodom: Blooddrunk

Materiale riciclabile al 100%

I Children Of Bodom sono vittime di se stessi. Questo i più arguti lo avevano intuito fin dal terzo album, datato 2001, quando era già possibile osservare le prime difficoltà nel trovare variazioni all’interno di un sound estremamente caratteristico, perfettamente teorizzato grazie a due, brevissimi, album. Il ripetersi di schemi autoreferenziali, con sottili indirizzi stilistici propri di ciascun disco, procede ormai da un tempo difficilmente accettabile e, infatti, il clamore suscitato dalle nuove uscite dei finlandesi va riducendosi come in un imbuto.

La novità portata da “Are You Dead Yet?” (2005) è l’affinità con il pubblico di oltreoceano, avvicinatosi al metal grazie all’esplosione metalcore precorsa dagli In Flames. Il gruppo di Alexi Laiho ha quindi virato verso sonorità rocciose e pesanti, portando lo stesso distintivo cantato screaming verso un più attuale e corposo ruggito. Su questa stessa strada procede “Blooddrunk”, alla ricerca di consensi nel nuovo mercato USA.

Troviamo, quindi, il solito alternarsi di rifferama velocissimo, in questo caso spesso di ispirazione smaccatamente thrash metal, e assoli virtuosi, in cui si intrecciano chitarre e tastiere, quest’ultime autrici anche delle zuccherose atmosfere di matrice tipicamente finnica. Come si può intuire, il quadro è cambiato molto poco rispetto a quello a cui eravamo assuefatti e lievi boccate d’aria, come l’intro di “Tie My Rope”, non possono più giustificare il songwriting chiuso su se stesso e lo stile cariatideo dei Children Of Bodom.

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