Home > Recensioni > Children Of Bodom: Hate Crew Deathroll

Intenzioni apprezzabili, risultati altalenanti

Ecco tornare puntuali con il loro album di inizio anno i Children Of Bodom, che per gli ultimi due episodi ci hanno fatto sospirare per un biennio. Corrispondentemente a questo rallentamento nella frequenza delle uscite della band si è verificato anche un pronosticabile calo di qualità, parallelo alle scelte sulle nuove strade da seguire, sempre più difficili per chi ha inventato un genere e ne ha già segnato il massimo.
È inevitabile constatare come le principali armi finora sfruttate da Laiho e soci si siano andate spuntando, tanto da rivelarsi veramente efficaci soltanto durante l’opener. L’impatto di “Needled 24/7″ è quello delle solite sfuriate bodomiane, tanto che l’attacco e buona parte delle melodie chitarristiche sembrano davvero molto familiari a chi conosce bene la discografia della band. A portabandiera della componente innovazione, a cui il gruppo non vuole rinunciare dopo la debole esperienza di “Follow The Reaper”, troviamo qualche inserto elettronico, che ogni tanto fa capolino qua e là per il disco, amplificandone spesso l’incisività. Ma quella che si preannunciava una buona rielaborazione del compitino scade nel momento in cui i ritmi si fanno più lenti, le chitarre scoprono una pesantezza mai sperimentata e le lame sembrano divenire martelli. Non sono infatti sempre efficaci il groove e i suoni densi che vogliono segnare l’altro elemento di novità di “Hate Crew Deathroll”, così come non lo è la voce di Alexi Laiho, che tra filtraggi e rallentamenti spesso perde l’usuale cattiveria.
Con un quadro del genere la band si allontana sempre più dalla scena estrema nella quale era cresciuta, per avvicinarsi a sonorità più up-to-date, popolari e moderne. Basta ascoltare “Triple Corpse Hammerblow” per capire che la malvagità estrema è rimasta soltanto nei titoli, tanto più se si pensa che a tratti, oltre che sonorità nu metal, sembra di ascoltare addirittura partiture dei conterranei Nightwish. Le variazioni sulle quali si è concentrata la band finiscono quindi per non essere sempre efficaci, puntando spesso su una corposità moderna che non può che svilire lo snello, tagliente e melodico suono che ha sempre contraddistinto i misfatti sulla riva del lago Bodom.
Nonostante ciò, c’è del buono in almeno un paio delle nuove iniezioni e il disco nel suo complesso finisce per avere un appeal e una vitalità decisamente superiori al suo predecessore.

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