Home > Recensioni > Children Of Bodom: Hatebreeder

Generatori d’odio

Più veloci e più cattivi che mai, tornano i Children Of Bodom con un’altra mezzora di odio. La formula è sempre quella del debut “Something Wild”, ma questa volta, appuratane l’efficiacia, si fa davvero sul serio: tutte le componenti sono ancor più estremizzate e caratterizzate, aumentando da una parte il contrasto tra i momenti più veloci e i break, ma anche donando una fisionomia più precisa alle canzoni.
Dopo l’eccezionale opener “Warheart”, speed song dall’elevato coefficiente anthemico e dall’insostenibile presa live, con “Silent Night, Bodom Night” la dicotomia diventa ancora più evidente e i break più vistosi. Basta poi introdurre l’ipnotica “Bed Of Razors” per osservare tutti gli elementi al lavoro nei giochi di chiaro-scuro. Le chitarre sono ancora più debitrici nei confronti del metal classico, mentre sono le ritmiche a riequilibrare il peso della bilancia con il loro impatto devastante; nel frattempo le tastiere, notevolmente più enfatizzate, si permettono di fare il bello e il cattivo tempo alla stessa stregua delle asce, ritagliandosi un ruolo di primissimo piano in ogni ambito della struttura-canzone.
Alla luce di tutto ciò è più giustificata la corrente di pensiero che vede la band del lago Bodom come un’eccellente estremizzazione dello speed-power più aggressivo, anche se lasciarsi andare alle definizioni può risultare poco significativo, oltre che pericoloso, alla luce di episodi quali “Wrath Within”, perentoriamente pronti alla smentita e alla controsmentita.
Detto questo, si può vedere “Hatebreeder” come un album decisamente più maturo di “Something Wild”, raffinato ed elaborato al punto giusto, tanto da raggiungere quell’equilibrio tra freschezza innovativa, incisività e controllo che porta i Children Of Bodom al loro apice compositivo.

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