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Ci amiamo anche quest’anno

Consueto appuntamento con la Pioggia a Milano per il primo weekend di Giugno.
No, scusate, riproviamo.
Consueto appuntamento con la Musica Italiana Indipendente Importante etc. A Milano.
Ecco, ora va meglio. Anche se la quinta edizione del MIAMI, festival di musica indie italiana organizzato da RockIt, comincia proprio come la quarta: all’insegna della pioggia.

Il maltempo ci costringe quindi a casa, con la copertina sulle gambe. L’età si fa sentire, non siamo più quelli di una volta. Avete presente Giorgio Canali? L’apparenza è quella: viso scavato, tante rughe, salute precaria. E invece, proprio come lui, resistiamo strenuamente alla serata conclusiva del festival, quella della domenica, con un palco solo.

Giorgio Canali è proprio il primo dei big a calcare le assi del Magnolia versione open, così come l’ultimo a beneficiare ancora della luce solare. La sua figura scheletrica, accompagnata dai Rossofuoco, chiude il soundcheck con un’imprecazione che alimenta le ipotesi che una tale perseveranza possa avere un che di diabolico. Il passato del rocker con la bottiglia di vino è già noto, ma il suo presente non cede un grammo di energia. Le sue poesie rivoluzionarie si stendono su di uno strato elettrico che va dal punk al rock alternativo italiano, dalla dialettica di Marco Philopat ai primi Litfiba (ouh ouuuh). Giorgio Canali non è soltanto un musicista, oggi sembra essere più che altro un simbolo. Così come le sue testate al microfono.

Nella migliore tradizione festivaliera, col calare delle tenebre arrivano sul palco boss sempre più grandi, a sfidare la nostra avventura musicale. Il suono dei Super Elastic Bubble Plastic sembra infatti decisamente più nocivo e d’impatto. Il power trio sviscera un groove densissimo e si lancia in articolate fughe in cui la voce assume un ruolo di contorno. Lo scorso anno su questa strada avevamo apprezzato i Disco Drive, nel complesso ben più efficaci. I SEBP rimangono apprezzabili, ma si perdono un po’ su canzoni che sembrano perdere capo e coda, senza melodie vocali efficaci e senza raggiungere derive strumentali travolgenti. Possono rendere di più.

Si cresce ancora, e molto, con i Julie’s Haircut. A questo punto il pubblico è folto e comincia a partecipare intensamente ai concerti. Come dargli torto, di fronte agli spaziali emiliani? I giochi di luci aiutano le loro atmosfere, come se ce ne fosse bisogno. In effetti bastano l’elettronica e le reiterazioni delle stringhe a dilatare lo spazio e renderlo ipnotico. Si può ballare, battere le mani, o meglio rimanere sospesi in aria e lasciare i sensi in balia delle note, spesso prive di voce. Non potendo, ci si limita ad applaudire la psichedelia krautiana avvolgente che fluisce dal palco. Notevole.

Proprio sotto il palco, invece, si accalcano i fotografi e il loro numero sale vistosamente per gli headliner, se un termine del genere può avere senso in questo contesto. La formazione è piuttosto curiosa: una voce, una chitarra, un violoncello, una batteria e le tastiere. Li definiscono folk punk, ma se un’etichetta del genere vi fa venire in mente i Dropkick Murphys avete due problemi. Per prima cosa avreste fatto meglio a pensare ai Pogues, e poi è meglio verificare di persona che i Marta Sui Tubi sono ben altro. Il loro cantato italiano è spesso convulso, rapidissimo e schizofrenico, sicuramente il maggiore punto di forza. Precisi quanto eclettici, difficili da definire quanto facili da apprezzare, tramutano la stravaganza della propria composizione in idee ben chiare ed efficaci. Anche loro, come quasi tutti gli altri sul palco, non rinunciano alla denuncia sociale, quasi irrinunciabile in una giornata dedicata al voto. Allo stesso modo, come e più di tutti gli altri, contribuiscono alla riuscita di un festival piacevole e vivibile. Lunga vita al MIAMI!

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