Home > Zoom > Ci lascia il poeta del lato oscuro

Ci lascia il poeta del lato oscuro

Per qualcuno di voi sarà uno di quei momenti che rimangono nella memoria volenti o nolenti: dove eravate quando avete appreso della scomparsa di Lou Reed?

Io lo ricorderò per sempre. Davanti al computer, in una grigia domenica autunnale, a vivere la trafila dall’inizio, dalle prime voci incontrollate sui vari social network fino alla conferma ufficiale. Per alcuni, lunghissimi, minuti solamente la pagina inglese di Wikipedia da la notizia, e la speranza nella solita bufala di qualche buontempone annoiato è forte. Poi arriva Rolling Stone, e la conferma definitiva che è proprio tutto vero. Un banale trapianto di fegato andato male pare sia bastato a portarsi via uno degli artisti più influenti del Novecento, che la morte l’aveva già sfiorata più volte, nelle circonvoluzioni di una vita sempre vissuta al limite, a rappresentare il “dark side” del mondo anche quando, e parliamo del 1967, sembrava obbligatorio essere ottimisti e credere in un cambiamento vero.

È forse inutile ripercorrere interamente le tappe di una carriera incredibile, con almeno un paio di coraggiose svolte quando tutto sembrava in declino, che è continuata fino all’ultimo: ultimo lavoro uscito a sua nome “Lulù”, realizzato in collaborazione con i Metallica, un’operazione apprezzata davvero poco anche dai fan più integralisti ma comunque segno ancora una volta di fertile vitalità creativa. E allora mi piacerebbe estrapolare, dal corpus sterminato della sua discografia, i tre lavori che più hanno inciso in maniera profonda nella mia vita e in quella di milioni di altri ascoltatori sparsi in tutto il mondo. Non i tre migliori probabilmente, e di sicuro non i più venduti, ma i più rappresentativi per me in una carriera che è riuscita ad attraversare cinque decadi senza nessuna concessione svaccata al mercato o al gusto generale. I gusti, il buon Lou, li ha sempre orientati o addirittura anticipati. L’inventore del noise, l’inventore del punk, queste e altre le stellette di merito appuntate al petto ma ce n’è una, forse, che le riassume tutte: quella, più volte abusata ma in questo caso assolutamente appropriata, di genio assoluto.

Impossibile non cominciare dal primo, epocale, seminale, e appiccicateci voi qualsiasi aggettivo vogliate, “The Velvet Underground & Nico”. Un gruppo di New York scoperto da Andy Warhol in alcuni piccoli show newyorkesi diventa dopo un solo disco la band culto di un numero sempre più elevato di ascoltatori e, soprattutto, di musicisti. Si dice da sempre che il disco, all’uscita nel 1967, sia stato ascoltato da pochissime persone, ma tutte quelle che lo hanno fatto hanno poi formato una band a propria volta. Lou vive ancora in simbiosi artistica con John Cale, che uscirà poi dal gruppo dopo il secondo disco, e l’unione di queste due menti musicali crea un sound che ancora oggi suona “misterioso” e avveniristico. Warhol impone la modella Nico come front-woman e il gioco è fatto, anche dal lato estetico e d’immagine. Un pugno di canzoni leggendarie (“Venus in Furs”, “Heroin”, “Sunday Morning”, solo per citarne alcune) che addomesticano il violento e “rumoroso” suono dei Velvet in una forma canzone comunque pregevole. L’ultima traccia del disco, “European Son”, è l’unica fedele trasposizione di quello che i Velvet erano nei loro show sensoriali e fisici che l’imposero all’attenzione di Warhol, l’ “Exploding Plastic Inevitable”.

Ed anche il secondo disco della band è uno di quelli che ho sbriciolato nella mia vita, e riascoltato da capo a piedi centinaia di volte, sto parlando naturalmente di “White Light/White Heat”. Più breve, più compatto, più “sporco”, ancora più sperimentale, un’esperienza più che un ascolto. La lunga e oscura “Sister Ray”, la suite che chiude la scaletta, è un manifesto programmatico, uno squarcio su una tela, due accordi di base e un muro di suoni a riempire lo spazio anche fisico attorno all’ascoltatore. Puro mito, insomma.

Dalla lunga carriera solista mi prendo invece “Berlin”, il più connesso con le altre arti, teatrale e cinematografico allo stesso tempo, un concept immerso nell’atmosfera della Berlino anni Settanta, un luogo e un momento storico che hanno ispirato più di un artista. Altra opera consegnata direttamente alla posterità che all’epoca non venne compresa, dove Lou fa da direttore d’orchestra ad un gruppo di musicisti d’eccezione (Jack Bruce, Tony Levin, Steve Winwood, per fare solo tre nomi). Recentemente Julian Schnabel ne ha creato uno spettacolo che ha girato il mondo. Qui non si possono consigliare singoli brani, è un flusso unico, da vivere assolutamente dall’inizio alla fine.

Ho volutamente tralasciato i due dischi più conosciuti e venduti della carriera solista (“Transformer” e “Rock’n Roll Animal”) anche perché, davvero, non c’è bisogno di aggiungere altro all’orgia di parole scritte e commentate, di pareri competenti e di bestialità scritte col cuore.

Era un uomo difficile. Il più grande tra tutti quelli che fanno o faranno il nostro mestiere di scribacchini dell’arte, Lester Bangs, ha creato un’intera letteratura dei suoi rapporti di amore/odio con Lou Reed. Il più grande (o comunque il più influente) artista della seconda metà del Novecento lo ha scoperto e lanciato. David Bowie, Iggy Pop e tanti altri hanno collaborato con lui, gli sono stati amici, si sono serviti del suo tocco magico e ci hanno messo il loro per creare pagine musicali ormai irripetibili. Non si può ignorare Lou Reed nemmeno se non si gradisce la sua musica. Ho parlato con persone affrante, sconvolte come dalla scomparsa di un amico caro. Ho passato del tempo con la sua musica nelle orecchie, tanto tempo. In momenti difficili della mia vita mi ha aiutato forse più di chiunque altro. Ma il coccodrillo lacrimoso finisce qui. Gli artisti non muoiono mai. Basta metter su un disco e la sua voce torna a ferire e consolare come sempre. L’unico rammarico è quello di non poterlo più ammirare su un palco. L’ultima volta che questo era accaduto, nel 2011, ero riuscito a stringergli la mano, accalcato in attesa sulle transenne come un adolescente in fregola. Non si diventa mai grandi con Lou, o forse lo si diventa talmente in fretta da rincorrere continuamente perduti attimi di purezza quasi infantile. Wim Wenders, nel suo film “Palermo Shooting”, aveva inserito il fantasma di Lou mentre era ancora in vita. Io invece sto per metter su un suo disco per farlo rivivere ancora una volta.

Scroll To Top