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Ci sono vie di mezzo tra la vita e la morte?

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George, ex medium ora operaio, ha la capacità di mettersi in contatto con i morti, ma la vive come una condanna piuttosto che come un dono. Marie è una giornalista che ha avuto uno assaggio dell’aldilà dopo essere scampata alla morte a causa di un terribile tsunami che l’ha travolta. Marcus è un dodicenne sconvolto dalla morte del fratello gemello e dall’alcolismo della madre. Il primo vuole eliminare la presenza della morte dalla sua vita, la seconda vuole comprendere la natura di ciò che ha visto, il terzo vuole stabilire un contatto con l’aldilà per riunirsi al fratello.

Difficile riuscire a trovare un equilibrio nell’esprimere un giudizio sull’ultima fatica cinematografica di Clint Eastwood: difficile perché così come nel film sono presenti motivi di apprezzamento, d’altro canto si rimane delusi da aspetti poco consoni al rigore, all’asciuttezza e al classicismo registico di Eastwood. Se, infatti, possiamo dirci soddisfatti dell’ennesima, ricca e profonda riflessione su un tema importante come quello della morte, ma soprattutto di come questa influisca sulla vita, di contro non si può non notare che questa riflessione il più delle volte ceda il passo a scivoloni narrativi e formali non indifferenti, come ad esempio le numerose, sfiancanti ed esagerate “apparizioni” degli spiriti dell’aldilà.

Se ciascun filone narrativo ha il compito, tra l’altro ben portato a termine, di approfondire sotto tre diversi punti di vista l’impatto della morte, nelle sue varie sfaccettature, sulla vita di tre persone, il modo in cui poi vengono fatti confluire appare a dir poco semplicistico e affrettato, oltre che alquanto banale e per certi versi stucchevole.

E ancora, se è apprezzabile la volontà di non lanciarsi in assolutismi interpretativi e imposizioni di qualsivoglia punto di vista sull’argomento, non lo è altrettanto la decisione di ricorrere ad espedienti alquanto ruffiani per commuovere a tutti i costi lo spettatore con le disgrazie capitate ai tre protagonisti, sottolineandole forzatamente con la drammaticità della colonna sonora, usata a volte fin troppo didascalicamente, e con la reiterazione di abbracci sofferenti, separazioni dolorose, sguardi lacrimosi, tradimenti e incomprensioni.

Anche dal punto registico, fatta salva la presenza di alcune sequenze dal forte impatto emotivo e visivo come quella iniziale dello tsunami e quella dei due fratelli gemelli che vengono separati per sempre, non si riconosce la grande mano di un regista che ci ha regalato capolavori indimenticabili e potentemente coinvolgenti, lasciandoci con la mera consolazione di considerare “Hereafter” sicuramente superiore rispetto al precedente e deludente “Invictus”, ma non rispondente agli standard a cui il “texano dagli occhi di ghiaccio” ci aveva abituato.

Così come i tre protagonisti inseguono o vengono inseguiti dagli spettri del passato, allora, non ci resta altro che sperare che con i prossimi lavori Eastwood cominci a resuscitare lo spirito del suo immenso e monumentale cinema fatto di vita e di morte, come “Hereafter”, ma anche di irreprensibile equilibrio contenutistico-formale e prorompente efficacia narrativa ed emotiva.

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