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Cielo Senza Terra: Diario di formazione di un figlio e suo padre

Giovanni Maderna, autore di uno dei debutti più interessanti del panorama cinematografico italiano di fine anni ’90, “Questo è il giardino”, dopo una serie di progetti dalle alterne vicende, torna con “Cielo Senza Terra“, presentato all’ultima Mostra di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori. Una docu-fiction girata con la collaborazione di Sara Pozzoli, che lo vede anche protagonista assieme al figlio Eugenio, 8 anni.

Padre e figlio in una singolare vacanza, niente stabilimenti balneari o sciistici, ma una lunga escursione in montagna, attraverso sentieri solitari, dormendo in tenda e lavandosi con l’acqua gelata dei torrenti. Lontano dal caos cittadino di Milano, nel Parco Regionale della Grigna Settentrionale, in un silenzio a cui siamo disabituati, e con una grande quantità di cielo sulle spalle, padre e figlio camminano per ore, instaurando un dialogo intimo fatto di silenzi e parole quasi sussurrate, alternati agli intelligenti e talvolta irresistibilmente comici scoppi di curiosità del figlio Eugenio: è lui il “capitano” che decide dove far virare la nave di un dialogo adulto-bambino che tocca i temi del rapporto con i genitori, dell’amore, di Dio. Grazie ad una videocamera discreta e attenta, padre e figlio ci forniscono un esempio di dialogo educativo, in cui alla vivacità di pensiero di Eugenio corrispondono i racconti del padre, che non sceglie mai la scorciatoia, ma spiega alla luce del proprio vissuto e delle proprie inquietudini di adulto, e a sua volta incalza il figlio con domande precise.

In questo loro rifugio dal mondo, o meglio, da questo punto di vista privilegiato sul mondo, irrompono la cronaca pubblica e i ricordi personali, la prima sotto forma di immagini dello sciopero degli operai della INNSE di Milano, saliti per protesta sulla gru per 8 giorni di fila, i secondi sotto forma di voce fuoricampo, senza supporto visivo, di quello che scopriamo essere, a mano a mano che parla, un produttore musicale fiorentino che racconta di un tempo ormai andato. I vari elementi stentano a stare insieme, sono poco amalgamati, ma hanno una loro fascinazione sullo spettatore, cui contribuisce la colonna sonora che si avvale delle musiche del progressive rock italiano. Sono fuori contesto, soprattutto la voce off, ma fanno da contrappunto al filone principale, e il racconto della vicenda degli operai dell’INNSE, concentrato nella parte finale del film, è come un’incursione di realtà all’interno della bolla di cielo dove vivono provvisoriamente padre e figlio. Ciò che risulta fastidioso, invece, è la durata del documentario, due ore: le conversazioni tra padre e figlio indugiano troppo sui discorsi e i lunghi racconti del padre, cosicchè i concetti interessanti e gli spunti su cui poter ragionare vengono atrofizzati da un cumulo di parole inessenziali. Non è una scelta stilistica, è un’ignorare, volutamente o no, questo lo sanno gli autori, le regole dell’ellissi cinematografica.

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