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Cinema e fantascienza: 2013, ancora un’odissea nello spazio

A conclusione dell’ottavo mese dell’anno corrente, si può finalmente dirlo con abbondanza di prove: dal punto di vista della fantascienza, questo 2013 è stato un fallimento.
Accusare il 2013 di essere l’annus horribilis in decade malefica sarebbe un ingiusto, perché da inizio millennio sono stati parecchi gli anni poveri o del tutto privi di film a forte connotazione fantascientifica, almeno da parte dei giganti americani che spadroneggiano sul mercato internazionale. Le piccole produzioni indipendenti sono un’altra storia e anzi, parecchi registi ora lanciatissimi sono partiti proprio con esordi dalle possibilità economiche limitate, trovando nella fantascienza il genere ideale per coniugare vastità d’inventiva e ristrettezze economiche.

Allora perché essere tanto delusi da questo 2013 ricco di titoli di genere? Proprio perché consultando le uscite cinematografiche anzitempo, gli appassionati e i critici avevano subito notato l’inusuale concentrazione di pellicole votate ai filoni tradizionalmente associati al genere, dalla space opera alla distopia, passando per le invasioni aliene. Inoltre non si trattava di tentativi alla cieca, bensì di seri investimenti delle major americane e per di più concentrati su sceneggiature originali. Se spesso grandi classici del genere hanno atteso e attendono un adattamento cinematografico proprio per le difficoltà di realizzazione o la complessità dei contenuti, è anche vero un adattamento può almeno contare su una base di appassionati ed estimatori, mentre un’idea originale deve conquistare il proprio spazio nel cuore degli spettatori partendo da zero.
[PAGEBREAK] LE SCENEGGIATURE ORIGINALI
Mentre il più che discreto “Looper” approdava sui nostri schermi in ritardo, ponendo lo scarsamente interessato pubblico italiano di fronte a un’idea accattivante ma un po’ sfuggita di mano sul finale, le major curavano l’uscita delle loro novità fantascientifiche senza trascurare il Bel Paese. Il più promettente sulla carta e meno deludente in sala è stato “Oblivion” di Joseph Kosinski. Nemmeno vagamente tremendo come chi lo ha seguito, soffre sostanzialmente la personalità e le inclinazioni del suo regista, capace di resuscitare “Tron” per la Disney e renderlo una sorta di leccatissimo video musicale. Non avendo neppure una storia predefinita, “Oblivion” ha lasciato a Kosinski carta bianca, permettendogli di concatenare una serie di vedute paesaggistiche spettacolari talvolta davvero tediose, ma sempre con l’accompagnamento musicale più “giusto”. Parlare di sceneggiatura originale poi è quasi improprio, essendo una lunghissima sequenza di situazioni topiche e svolte narrative più che rodate, nemmeno troppo rimescolate. Non sa di già visto: lo avete già visionato, in definizione minore e con una colonna sonora meno ambiziosa. Al fianco del poco ispirato Tom Cruise però risplende una portentosa Andrea Riseborough, uno dei pochi motivi per cui ringraziare Kosinski.

“Oblivion”, pur nella sua patinata noia, guarda dall’alto al basso il tremendo, catastrofico e mai troppo vituperato “Upside Down“, l’unico capace di ispirarmi risentimento crescente con il passare del tempo. Juan Solanas riesce ad essere noioso, verboso e irritante pur costretto in un minutaggio risicato, ma il peggio arriva ripensando al film a mente fredda. Come si fa a prendere un’idea dall’impatto visivo pazzesco, affossandola fin dall’incipit più che esplicativo e annegandola in una serie infinita di contraddizioni ed errori di coerenza, coronando in un finale di una faciloneria buonista da pelle d’oca? C’era veramente bisogno di scomodare tutta quella fisica e astronomia per ripiegare sulla cara e vecchia forza salvifica dell’Amore? NO.

Tuttavia la critica se l’è presa molto di più con M. Night Shyamalan, come fosse ormai uno sport riconosciuto da qualche comitato olimpico. Certo “After Earth” è un film mediocre, che come i suoi predecessori non usa i tratti fantascientifici per esprimere qualsivoglia messaggio, quanto piuttosto per dare uno sfondo inconsueto e stimolante a un film d’azione nemmeno troppo sopra la media televisiva. Il problema qui però sembra essere il dominio della famiglia Smith sul contenuto e lo sviluppo della pellicola, per non parlare del casting, volto a dare nuova visibilità al già conosciuto figlio di Will Smith. Qui però qualcosa non funziona, forse la storia che nonostante tutte le implementazioni e le strizzatine d’occhio a possibili sequel, rimane un’idea piuttosto banale che padre e figlio hanno avuto una sera sul divano di casa. Shyamalan qui fa il suo onesto mestiere, a spiccare sono più che altro le scarse interpretazioni degli Smith.

Fortunatamente Guillermo del Toro ha portato una ventata di soddisfazione con “Pacific Rim“. Doveva essere un omaggio al genere dei kaiju eiga, ai robottoni giapponesi, a Godzilla e alle invasioni aliene fronteggiate dall’esercito americano e così è stato. Tonnellate di ammiccamenti agli amanti del genere, zero caratterizzazione dei personaggi, spettacolari mazzate tra bestiacce e robottoni che usano portaerei come mazze. Perfetta uscita estiva che però ha molto sofferto la base risicata di pubblico che potesse effettivamente cogliere il divertissement dietro l’operazione, senza lamentarsi per un film dalla trama quasi inesistente e dalle evoluzioni narrative più che stereotipate. Se in sala gioivo, a distanza di tempo mi trovo comunque a rimpiangere un ipotetico sostituto con alla guida un del Toro con la consueta profondità di narrazione e messaggi.

In coda però c’era Neill Blomkamp, regista di quel gioiello di “District 9“, anche lui alle prese con un “film d’azione disimpegnato” come secondo lungometraggio. Quando vanti un’esordio così però giustifichi aspettative alte. Talmente alte che pur essendo “Elysium” una pellicola votata all’azione ma comunque ben più riflessiva della media, non può che lasciare l’amaro in bocca. Pensare che la mente dietro a uno dei film più dirompenti del genere (e non) abbia concentrato i suoi sforzi e le sue energie (la sua carriera?) per un film che tutto sommato avrebbe potuto realizzare tranquillamente un regista sceneggiatore di seconda fascia è quasi frustrante.
[PAGEBREAK] I FRANCHISE
Se con le sceneggiature originali un piccolo errore può diventare un disastro, quando ci si cimenta con franchise più che consolidati ci vuole davvero poco per uscirne discretamente. Questo 2013 maledetto però è costellato di franchise dal potenziale altissimo che rovinano precipitosamente, sciupando quanto di buono fatto precedentemente. Non sto parlando di film inguardabili, ma forse la delusione di rimanere a così poca distanza dall’esaltazione è ancora più bruciante. Caso lampante l’attesissimo “Star Trek Into Darkness“, il secondo capitolo del noto franchise con dietro la macchina da presa il delfino della fantascienza cinematografica, J.J. Abrams. Forse il tremendo finale malamente cucito al resto della pellicola non sarebbe così devastante nella sua incoerenza se non lo precedessero una serie lunghissima di momenti assolutamente cult per ogni trekker e un Benedict Cumberbatch magistrale anche agli occhi di un novizio.

Anche in campo cinecomics quando si è spruzzata l’azione con pennellate fantascientifiche si è finito per strafare. “Iron Man 3” sfrutta un po’ troppo la scienza dietro il concetto di armatura, finendo per esagerare sul finale, esautorando l’estensione di Tony Stark della sua complessità, buttandola perfino in caciara. Se in generale però la conclusione della trilogia che ha lanciato la Marvel nell’olimpo cinematografico ha convinto il pubblico, non si può dire che il consenso sul Superman di Zack Snyder sia stato unanime, anzi. In tanti hanno sottolineato come la genesi del supereroe e in generale il tono di “Man of Steel – L’uomo d’acciaio” dovessero le loro sfumature più alla fantascienza che ai fumetti. Se il pubblico si è diviso sull’efficacia della lunghissima (…issima) scena di lotta sul finale, il consenso sull’eccessiva lentezza e verbosità iniziale, quando l’elemento fantascientifico è più forte, è stato pressoché umanime. Proprio quando il fisico statuario di Henry Cavill non forniva un supporto visivo a cotanto spiegone.
[PAGEBREAK] IL FUTURO
Se la conclusione del 2013 cinematografico è ancora lontana e in molti non hanno ancora giocato le loro carte migliori in vista dei premi di peso, sembra chiaro che per gli appassionati di fantascienza rimanga ben poco in cui sperare. “Snowpiercer” sembra l’unico titolo ancora capace di sovvertire i destini di un anno di occasioni mancate. Una distopia dai toni cupi, in cui la popolazione sopravvissuta a una disastrosa glaciazione vive a bordo di treni claustrofobici, in cui a sopravvivere ancor più tenacemente della specie umana è l’ingiustizia di classe. Non sono però incoraggianti i problemi di censura che il regista Bong Joon-ho sta incontrando sul mercato americano, indispettito dalla durata considerevole e dalla violenza più che accennata. Non esiste ancora una data d’uscita italiana.

Se tutti i più recenti adattamenti letterari attesi da decenni non fossero risultati disastrosi, si potrebbe sperare a cuor leggero e scatola chiusa nel successo de “Il Gioco di Ender“, in arrivo a fine ottobre in Italia. Tratto dal primo libro del “Ciclo di Ender” scritto negli anni 80 da Orson Scott Card, è un titolo il cui adattamento faceva gola e paura a molti. Infatti se per stile e costruzione è un po’ il progenitore di tante distopie con giovani costretti a combattere per sopravvivere, per l’approccio adulto alla violenza fisica e psicologica è decisamente più estremo, a tratti raggelante. Insomma, il suo potenziale è indubbio, ma le difficoltà di non finire sotto qualche rating poco invitante per il giovane pubblico hanno fermato fino ad oggi il progetto. Per il momento dal trailer rilasciato è difficile capire quanto sia stato addolcito o manomesso della cruda esistenza del giovane Peter Wiggins, però il target adolescenziale prediletto dalla Summit e la regia affidata a Gavin Hood non accrescono le aspettative. Sinceramente ciò che mi trattiene dallo scoppiare a piangere è la presenza di Ben Kingsley in un ruolo chiave e la sicurezza che Asa Butterfield (il protagonista di “Hugo Cabret”) può uscire vincitore anche da un ruolo complesso e impegnativo come quello del geniale stratega bambino.

Che la chiave per trovare la perla fanta-indie del 2013 sia seguire la scia di Sharito Copley, l’attore feticcio di Blomkamp? Il suo è il nome di gran lunga più famoso (ed è tutto dire) tra quelli coinvolti in “Europa Report“, piccolo thriller scifi statunitense ambientato sulla luna Europa che sta raccogliendo parecchi consensi. Pur fingendo di non irritarsi per l’ennesimo found footage, quali sono le realistiche possibilità di vederlo in Italia entro tempi ragionevoli? Considerando la distribuzione VOD negli Stati Uniti, direi che anche sul lungo periodo sarà ardua.

Non mancano pellicole di respiro fantascientifico nemmeno sul tappeto rosso veneziano, ma tra le scarse informazioni disponibili e qualche perplessità dovuta ai nomi coinvolti, una certa cautela è d’obbligo. Tra una manciata di giorni debutterà proprio a Venezia “Gravity” di Alfonso Cuarón, thriller spaziale con gli astronauti George Clooney e Sandra Bullock che lottano per sopravvivere dopo un incidente occorso durante una passeggiata spaziale. Se già il promo non avesse trasmesso sensazioni negative, vorrei rammentarvi che l’ultima volta che Clooney se ne è andato per lo spazio ne è uscito il pessimo “Solaris”. Credo giustifichi più che ampiamente il mio scetticismo e tra poco meno di una settimana sapremo se ci ho visto giusto.

In concorso invece spicca “The Zero Theorem” di Terry Gilliam, una distopia dal cast più che invidiabile. Lo strapotere corporativista in un futuro di umani dominati via connessione web è uno spunto che in campo letterario e cinematografico ha già regalato ottime prove. Aggiungiamo che Christoph Waltz dovrebbe essere una sorta di hacker dissidente e si sente già profumo di “Matrix”. Il mio contenuto entusiasmo però non può prescindere dai recenti guazzabugli in cui Gilliam è riuscito a ficcarsi ripetutamente. Ci si spera sempre, ma i tempi di Brazil sembrano piuttosto lontani.

Mentre la fantascienza del 2013 ci delude, Christopher Nolan sta lavorando al film di fantascienza più atteso dei prossimi anni, data la fama del regista, di cui per ora si sa veramente pochissimo. Si intitolerà “Interstellar” e dovrebbe essere ambientato nello spazio.

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