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Passion 10/09/2012
Passion
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Delitti passionali

Fra i grandi nomi in concorso a Venezia, in questa nuova edizione griffata Barbera, figurava anche quello di Brian De Palma, al Lido con il suo nuovo film, "Passion", remake di "Crime d'Amour", del 2010.
Abbiamo incontrato il regista per parlare del suo ritorno al thriller, con uno sguardo al web e alle nuove tecnologie.

Mi accade spesso di elaborare, nel corso di un sogno, spunti su cui mi ero fermato a riflettere prima di addormentarmi

Che rapporto c'è fra il suo film e l'originale, che tipo di lavoro ha svolto sulla sceneggiatura?
Ho cercato di migliorare l'originale di Alain Corneau sotto diversi aspetti. In particolare, mi sono preoccupato di nascondere l'identità dell'assassino sino alla fine, cercando di mostrare soluzioni alternative, capaci di sviare lo spettatore e di mantenere alta la tensione.

Il suo è un thriller, ma con una struttura onirica. Come mai questa scelta?
La dimensione onirica costringe a chiedersi continuamente se si tratti di un sogno o di un fatto accaduto realmente. Questo mi ha permesso di rendere più interessante e fruibile tutta la parte dell'interrogatorio e delle procedure di polizia, che sono già stati visti milioni di volte al cinema.

Non teme che questo possa essere fastidioso per lo spettatore, che non sa mai se si tratta di sogno o realtà?
È possibile, ma come lo è nel surrealismo. Durante le scene del sogno, le luci realizzate in maniera tale che lo spettatore si accorge di essere entrato in una dimensione onirica. Ma tutti gli indizi e le informazioni che vanno impartite al pubblico perché il mistero possa funzionare sono comunque presenti, sia che la protagonista si trovi nella fase del sogno, sia nella fase di veglia.

Il personaggio interpretato da Noomi Rapace trae proprio da un sogno l'idea per una campagna pubblicitaria; lei è mai stato ispirato da un sogno?
Sì, mi accade spesso di elaborare, nel corso di un sogno, spunti su cui mi ero fermato a riflettere prima di addormentarmi. Molte delle idee, delle immagini del film provengono infatti dal subconscio, dai sogni notturni. È così che ho elaborato la scena finale.

Per lei è più importante avere un buon inizio o un buon finale?
Un buon finale è essenziale, soprattutto nel caso di un thriller, perché è ciò che il pubblico ricorda quando esce dal cinema. L'inizio deve catturare l'attenzione ma bisogna stare molto attenti a non renderlo talmente spettacolare da oscurare tutto quello che segue.



La perversione è un elemento fondamentale nei suoi thriller?
La perversione è soltanto un elemento della storia; in alcune mie pellicole è meno presente, come ad esempio in "Vestito per uccidere", in cui ho inserito soltanto un episodio isolato, che però spinge tutto il melodramma. In questo film non ho fatto altro che riprendere temi già presenti nella versione originale, come la competizione estrema fra le due donne; in quel caso l'elemento sessuale era trattato in maniera più sottile, io l'ho reso più esplicito, soprattutto grazie al lavoro delle attrici.

Qual è stato il suo rapporto con gli attori? È stato lei ad imporre le scelte interpretative oppure ha lasciato loro una certa libertà?

Ho preferito lasciarli liberi, anzi spesso sono stato guidato dal loro modo di interagire. Inoltre le due protagoniste, Rachel McAdams e Noomi Rapace, avevano già lavorato insieme e questa complicità ha consentito loro di aggiungere piccoli elementi che io non avevo assolutamente previsto.

Lei mostra un microcosmo di donne arriviste e manipolatrici. Questo significa che le donne al potere devono necessariamente essere nemiche?
Non intendevo fare una dissertazione filosofica sulla condizione delle donne sul posto di lavoro. È un film che parla di un assassinio; rispetto all'originale, ho soltanto trasformato un personaggio maschile in uno femminile, dopodiché mi sono preoccupato soltanto di realizzare un buon thriller.



Lei è un attento osservatore delle nuove tecnologie. Che cosa la affascina della rete?
Trovo affascinante la possibilità di sviluppare forme visive attraverso l'utilizzo delle nuove tecnologie. In "Redacted" tutte le forme narrative avevano origine dalla rete. In questo caso l'idea stessa dello spot è tratta da una storia vera che ho trovato su Internet: c'era un video girato da due ragazze, una aveva un telefonino infilato nella tasca posteriore dei pantaloni che filmava tutti quelli che si giravano a guardarle il sedere. Questo video ha avuto un enorme successo, soprattutto perché sembrava realizzato in modo assolutamente amatoriale. Si è poi scoperto che le ragazze erano, in realtà, due executive di una società pubblicitaria e che il video era un vero e proprio spot.

La rete offre una quantità enorme di informazioni e immagini. Crede che questa sia un'opportunità di arricchimento oppure una minaccia?

Credo che sia uno strumento estremamente utile; è come un'enorme biblioteca e, durante la realizzazione di un film, è davvero prezioso perché permette non solo di cercare rapidamente informazioni sulle location, sugli attori, ma anche di trovare spunti e idee. È necessario scegliere ciò che è più funzionale alla storia che si vuole raccontare. Avevo diverse idee per lo spot da inserire nel film; in origine, avevo pensato ad uno spot ispirato ad "Inception", che ho amato molto: era un'idea estremamente sofisticata e particolare ma non mi convinceva del tutto. Mi serviva qualcosa di più concreto e reale, così ho continuato a fare ricerche e quando ho trovato il video girato dalle ragazze ho pensato che fosse perfetto e l'ho utilizzato.

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