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Cinema Paradiso

Ah, Aruba. Assolate spiagge tropicali, sole avvolgente, natura incontaminata, nel cuore dei Caraibi, a pochi minuti di aliscafo dal Venezuela. Un panorama da cartolina illustrata, senza dubbio. Certo, schiacciata da illustri vicini come Cuba, Santo Domingo e via dicendo, la ridente isoletta (ad oggi dipendenza olandese) è forse una delle località meno note dell’area caraibica, citata raramente da rotocalchi e documentari, spesso ricordata dai notiziari solo quando c’è da discutere di paradisi fiscali.

Eppure, dal giugno scorso, il pugnace governo locale ha deciso di far sentire la sua voce, mettendo in piedi un piccolo ma estremamente interessante Festival Cinematografico Internazionale. A dirigerlo, sorpresa!, è una buona conoscenza di ogni rispettabile cinefilo italiano, Claudio Masenza. Il quale, per l’occasione, si è trovato a rimbalzare da una sponda all’altra dell’Atlantico, per tessere la tela di una kermesse inaugurata nientemeno che da Richard Gere. Non male come inizio!

Claudio, la prima domanda è di rito: come è nata questa avventura?
Nell’estate del 2009, mentre stavo lavorando come selezionatore per la Mostra del Cinema di Venezia, mi è arrivata una comunicazione da parte di Jonathan Vieira, un giovane arubiano che mi spiegava di essere al lavoro sulla creazione di un festival cinematografico internazionale che si sarebbe svolto ad Aruba durante l’estate successiva. Mi faceva sapere che c’era un biglietto pronto per portarmi sull’isola appena fossi stato disponibile, in quanto avevano individuato in me la persona ideale cui affidarne la direzione.

E come mai proprio Claudio Masenza?

Jonathan aveva ideato e avviato questo progetto insieme a Giuseppe Cioccarelli, produttore cinematografico, ancora oggi responsabile dei film di De Laurentiis, trasferitosi sull’isola caraibica insieme a sua moglie Patrizia Gelvatti, in passato ufficio stampa UIP ed altrettanto coinvolta nel progetto, che conosco da anni. Proprio lei, insieme a Giuseppe, ha suggerito il mio nome quando si è trattato di trovare qualcuno che potesse rivestire il ruolo di direttore.

Posso immaginare che tu abbia accettato immediatamente…
In realtà, non proprio: come detto, ero al lavoro per la Mostra di Venezia, in un periodo molto complicato, a ridosso della stesura finale del cartellone. Non potevo certo mollare tutto, e per questo ho fatto presenti i miei impegni declinando l’invito. Vieira, tuttavia, si è dimostrato davvero risoluto, e mi ha ricontattato dicendomi che in tal caso sarebbe stato lui a raggiungermi per parlare della proposta. A quel punto ci siamo incontrati: il progetto mi è sembrato interessante, inoltre dopo ben sei anni ritenevo sensato concludere la mia esperienza veneziana. Non amo mantenere lo stesso tipo di impiego per periodi troppo lunghi. In ogni caso, a quel punto sono andato ad Aruba a fare un sopralluogo. Con mia grande sorpresa, ho scoperto che nonostante l’isola sia piccola e poco popolata, il numero di sale cinematografiche è notevole, ci sono due multisala da dieci schermi circa ciascuno, più un’altra sala a schermo singolo che era in fase di ristrutturazione.

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E Aruba, al di là delle sale, che tipo di luogo è?
L’isola è molto piacevole, naturalisticamente affascinante, e completamente piena di iguana, sorprendentemente tranquilla, a carattere prevalentemente familiare – sono pochissimi i single, stranamente – ha un tenore di vita medio e un tasso di criminalità pressoché nullo, cosa che non è slegata dal basso livello di povertà. Per fare un esempio, non solo le persone vivono, come si suol dire, lasciando la porta di casa aperta, ma l’unico vero crimine, avvenuto cinque anni fa, l’omicidio di una giovane, aveva avuto così tanta risonanza che se ne parlava ancora al mio arrivo. Paradossalmente, poi, il caso è stato chiuso proprio in concomitanza con l’inizio del festival, con l’arresto del colpevole, un arubiano olandese fermato in Perù per l’assassinio di un’altra giovane. In cinque anni, insomma, un solo crimine.

Sembra in effetti un altro mondo, in tutti i sensi. Immagino anche sul piano organizzativo, questo abbia inciso…
In effetti, il lavoro è andato facendosi via via sempre più complicato. Gli arubiani si sono dimostrati volenterosi, c’è stato un coinvolgimento popolare molto ampio, con molti volontari impiegati. E, altro punto di forza, sull’isola si parlano correntemente ben quattro lingue, ovvero olandese, inglese, spagnolo e papiamento, idioma autoctono. E infatti, con pochissime eccezioni tra cui la mia preziosa assistente personale Margherita Di Paola, l’organico a disposizione è stato praticamente tutto locale. Però ovviamente l’inesperienza, specie all’inizio, si è fatta sentire. E non nascondo che in alcuni momenti ci siamo trovati realmente nei pasticci, fino a pensare che sarebbe finito tutto all’aria. Ad esempio: ci siamo resi conto molto tardi che le sale non erano provviste delle mascherine necessarie a proiettare le pellicole. Semplicemente perché ad Aruba i cinema sono tutti esclusivamente dotati di digitale. Oppure, praticamente a ridosso dell’inaugurazione, abbiamo scoperto che il red carpet fattoci arrivare dagli USA, in realtà, era…blu! E nessuno, su Aruba, fabbrica red carpet, ovviamente. Fortunatamente siamo riusciti ad arrangiarci con della moquette!

E quell’atipico red carpet sei riuscito a farlo calpestare addirittura a Richard Gere. Un colpo da maestro…
Richard è uno dei miei migliori amici, ormai da anni. Mi aveva dato la sua immediata disponibilità, con una serenità e una gentilezza impareggiabili, dicendomi che lui ci sarebbe stato in ogni caso. E ha mantenuto la sua promessa, nonostante nel frattempo si fosse concretizzato un impegno lavorativo sul set negli States. Semplicemente, al momento di siglare l’accordo con la produzione del film in questione, ha fatto inserire una clausola che gli avrebbe permesso di assentarsi per il tempo necessario a presenziare all’apertura del Festival di Aruba.
Non solo: per poterci essere ha accettato di volare in una comune business class – non serve menzionare le strette di mano e gli autografi sulla passerella – sia all’andata che al ritorno e, giunto ad Aruba in tempo per il red carpet direttamente dal set, è stato praticamente costretto a un tour de force senza interruzioni, gestendo con calma olimpica il delirio totale del pubblico, evidentemente poco abituato ad avere delle superstar a portata di mano, senza neanche dormire. Anche perché, in seguito alla proiezione, è stato protagonista di uno degli incontri aperti al pubblico intitolati “In Conversation With”, che in seguito hanno visto coinvolti, tra gli altri Guillermo Arriaga, Griffin Dunne e Thelma Schoonmaker.

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Tutto questo ha dell’incredibile, davvero. Oltre a ricevere il Golden Aruba per l’impegno umanitario, Gere ha presentato “Hachiko”: questo significa che i film del festival non erano prime visioni…
Non lo erano, così come il Festival non è competitivo, nonostante siano stati assegnati alcuni premi, come quello a Richard Gere o quello, alla carriera, a Bernardo Bertolucci, che purtroppo non è potuto venire, all’ultimo momento, e ci ha fatto avere un filmato di ringraziamento proiettato durante la premiazione. Coi circa trenta film in cartellone, infatti, ho cercato di bilanciare internazionalità, qualità, un buon equilibrio tra intrattenimento e dimensione d’autore. Fare un festival di sole prime visioni sarebbe stato giocoforza impossibile. Però ad esempio abbiamo avuto un’anteprima internazionale, quella di “Black Death” di Cristopher Smith, che ha riscosso notevole interesse, e lodi sperticate su alcuni magazine. Poi abbiamo proposto “Cyrus” dei fratelli Duplass, “Mine Vaganti” di Ozpetek, l’indiano “3 Idiots”, il lodatissimo “Penso Che Un Sogno Così” di Marco De Luca e tanti altri. Inatteso e gradito è stato il responso dei giornalisti, specie negli USA abbiamo ottenuto recensioni lusinghiere e molte lodi.

Insomma, un’esperienza davvero positiva…
Certo. Poi, ovviamente, ci sono stati momenti di difficoltà, situazioni di crisi. Ad esempio, nonostante non mi piaccia affatto dovermi negare, ad un certo punto l’impegno era divenuto davvero massiccio, e mi sono trovato a dover limitare la mia disponibilità nei confronti di tutte le richieste che ricevevo, così come in alcuni casi è stato necessario prendere decisioni forti, impositive.
Però anche umanamente, questo festival si è dimostrato molto gratificante, ho visto persone scoprire energie inaspettate. Come Samantha, una collaboratrice volontaria piuttosto impacciata che aveva messo nel cassetto il sogno di fare l’attrice, e che dopo questa avventura ha deciso di rispolverare quell’aspirazione, riattivandosi, mettendosi a dieta, recuperando una voglia di vivere che pareva sopita. E ancora oggi mi manda messaggi per coinvolgermi, tenermi aggiornato, parlandomi dei suoi progressi. Molto bello, no?

Senza dubbio. E senza dubbio – almeno credo – il prossimo anno bisserai, vero?

Sì, stiamo già lavorando all’edizione 2011 del Festival, che durerà esattamente una settimana, con inizio il 10 giugno. Certo, dopo una partenza così positiva, confermarsi sarà difficile, ma ce la metteremo tutta.

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