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Cinema, televisione e crisi

Valerio Jalongo, già regista e sceneggiatore di Sulla mia pelle nel 2005, presenta per le “Giornate degli autori” il suo ultimo documentario, inchiesta sul cinema italiano, il suo rapporto con la televisione e la crisi che lo attraversa da una trentina d’anni: gli abbiamo rivolto alcune domande.

Il film si apre con le immagini di un multiplex, sorta di outlet del cinema, immerso in una suburra desolata: visivamente è di forte impatto. Aveva questa idea fin dall’inizio?
Si. Già prima di iniziare a girare avevo ben chiara in mente la sequenza di apertura: questo è il mio secondo vero documentario, dopo aver lavorato ad opere di fiction, e per questo motivo volevo che il mio film fosse sostenuto a livello visivo. Ho girato con mezzi differenti, fino alla videocamera del telefonino (il lavoro è frutto di anni di ricerca), ma quando ho filmato queste architetture, ho preferito farlo con una 16mm, che mi permetteva una qualità migliore. I multiplex sono un fast food del cinema importato spudoratamente, e causano una massiccia chiusura delle sale in centro città.

Vincent Gallo, intervistato alcuni giorni fa, ha additato come causa della crisi del cinema italiano i finanziamenti pubblici, sostenendo che questi toglierebbero al regista la paternità totale dell’opera, sua dalla ricerca dei fondi fino al “final cut”. Cosa ne pensa?
Io credo che Gallo probabilmente non sia molto informato: in America ma anche in Francia il mondo cinematografico è ampiamente sostenuto dai fondi pubblici; la differenza con il nostro paese sta nel fatto che noi non abbiamo una redistribuzione dei fondi mirata e accuratamente gestita. Abbiamo la figura del produttore che nulla ha a che fare ad esempio con Dino De Laurentis, Alberto Grimaldi o Carlo Ponti, emigrati negli USA o in Francia per riuscire a fare il proprio lavoro in libertà. Ci sono rimasti dei produttori che assomigliano a degli speculatori edilizi, che “fanno la cresta” sui fondi che ricevono.

Si dice che un “mezzo” non abbia un proprio carattere, ma sia l’uso che ne si fa a determinarne l’effetto: alla luce della grave crisi di informazione in Italia la televisione può essere utilizzata costruttivamente?
Al momento sono cauto nel giudizio. Altri stati europei come l’Inghilterra ci insegnano che una televisione di qualità è possibile… Credo però che nessun mezzo sia mai neutro, e la televisione come “contenitore” determini con le sue caratteristiche necessariamente anche il suo contenuto.

Il regista Paolo Sorrentino afferma nel documentario che i registi italiani abbiano un concorso di colpa, in merito alla crisi del nostro cinema…
Sono d’accordo, per questo ho inserito l’intervista nel mio film: la repentina crisi iniziata nella seconda metà degli anni ’70 è anche stata causata da una mancanza di coraggio dei registi nazionali, dalla scelta di soggetti obsoleti, dalla assenza di creatività. Per questo è stata avviata l’iniziativa “I 100 autori”, un gruppo di professionisti che vogliono fare collettivo e interrogarsi sul mondo del cinema in Italia.

De Laurentis nel documentario azzarda che l’industria cinematografica americana avesse imposto all’Italia negli anni ’70 la cosiddetta “legge Corona”, una misura che proibì le produzioni miste a livello internazionale e di fatto affossò il nostro cinema nelle esportazioni, come misura per contrastare l’ascesa del partito comunista, assicurandosi il controllo del mercato cinematografico…
Pur non avendo prove questa teoria è assolutamente credibile in una logica dei blocchi: le altre misure adottate dagli Stati Uniti furono ben più invadenti e determinanti di questa. Questo tema potrebbe essere ulteriormente indagato, quando si verrà in possesso di maggiori informazioni e prove. Non dimentichiamoci che all’epoca il PCI era molto forte, e tutt’ora non ci sono motivi comprensibili che giustificassero questa legge, che modificò una precedente di Andreotti, che aveva fatto da propellente al nostro cinema.

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