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    Circles End

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Ragione e sentimento, il circolo è chiuso

Una bella sorpresa. Il secondo full length dei norvegesi è quello che si può definire un album progressive -art- rock che strizza gli occhi al passato, riuscendo miracolosamente a rimanere slegato dalle piaghe del tempo. Le influenze dei mostri sacri targati seventies come Gentle Giant o Camel sono filtrate da un’attitudine jazz, a volte fusion e a volte addirittura funky, e presentate sotto forma riconoscibile ma assolutamente nuova, personale e matura. Il disco è soffice e rilassante, a volte triste e introspettivo, a volte arioso e sereno. L’interazione tra gli strumenti è giocata in maniera sapiente, tutti fanno la propria parte senza prevaricare gli altri, valorizzando o arricchendo ogni livello della struttura, che scorre libera e sicura senza intoppi o forzature. Questa facilità di movimento potrebbe essere ingannevole, il disco rischia di scivolare via ai primi ascolti senza lasciare traccia; ma è ad ogni successivo ascolto che ogni pezzo troverà la sua collocazione, che sarà chiaro il suo andamento e lo scopo nel disegno dell’album. La perizia tecnica c’è, ma come è evidente dalle influenze citate, il fulcro dell’album è nell’emozionalità che i pezzi riescono a sviluppare, nell’aria intima e serena che si respira, tra i suoni soffici della batteria jazzata, le chitarre pulite o lievemente sporcate da una distorsione old style, piano e tastiera così ben pensati che quasi non si sentono e la stupenda voce di Karl Jacobsen, perfetta per la musica perché pacata ma emozionale. Difetti? Ci vorranno diversi ascolti per capire come affrontare il disco e riuscire ad assaporarlo in pieno, non sarà apprezzato da tutti i progster, ma solo dagli amanti delle sonorità più “profonde” con influenze strumentali di ampio respiro, e forse sì, ci sono anche uno o due pezzi un po’menoriusciti. Peccati davvero veniali per un album che gioca con le stesse carte di trent’anni fa e riesce a sembrare addirittura originale.

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