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  • Cirith Ungol: King Of The Dead

    Cirith Ungol

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Solido ponte tra le due cime più elevate

“King Of The Dead” è un album di passaggio. Dopo il buon successo di “Frost And Fire”, album rockeggiante, e prima del masterpiece assoluto “One Foot In Hell”, questo disco ci traghetta attraverso il reame dei morti abituandoci a sonorità più pesanti e oscure.
La caratteristica che emerge principalmente dalle classiche 8 tracce è la presenza di lunghe cavalcate strumentali, idea interessante non particolarmente sviluppata in seguito. Ad ogni modo l’inizio è cantato con decisione da Tim Baker, uomo dalla timbrica assolutamente particolare, grezza e acida, che finisce per essere un trademark inconfondibile della band. Non alrettanto distintivi sono invece i tappeti strumentali, che finiscono così per amalgamarsi tra loro e rendere difficile la memorizzazione, anche per la mancanza di chorus particolarmente orecchiabili. Notevole è comunque l’assolo di partenza di “Master Of The Pit”, accompagnato da un lavoro di basso ipnotico, spesso messo in evidenza durante tutto il disco.
La prima cosa che attira l’attenzione durante l’ascolto della title track è invece l’attacco chitarristico, assolutamente identico a quello di “War Pigs” dei Black Sabbath. E non è certo un pezzo che conoscono in pochi! Comunque sia, questo brano risulta l’apice del disco, ottima fusione di atmosfere epiche e sulfuree ed ambito in cui Tim Baker scorazza abilmente tra un ululato e l’altro. “Death Of The Sun” richiama invece lo stile di “Frost And Fire”: diretta e veloce coinvolge immediatamente.
Ben presto però le atmosfere ritornano plumbee e le chitarre rallentano, per finire con la celebrativa “Cirith Ungol”, pietra miliare della band dotata di fascino doom, epico e rock allo stesso tempo.

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