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  • Cirith Ungol: One Foot In Hell

    Cirith Ungol

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We’re living in a doooooooooooooooooooomed planet!

Quando si nominano i Cirith Ungol, far menzione di questo capolavoro è un obbligo. Come negare il giusto riconoscimento a un disco che fonde oscurità, pesantezza, epicità e potenza come questo?
L’opener “Blood & Iron” si presenta con le esatte caratteristiche richieste alla sua posizione in tracklist: velocità e potenza allo stato brado le donano un’incisività unica. A seguire cominciano a svelarsi anche le altre caratteristiche della band: la voce di Tim Baker si fa più demoniaca, il metronomo rallenta, l’atmosfera è pesante, si taglia con un coltello, e l’oscurità sale sul trono. Di “The Fire” è sufficiente ascoltare l’attacco, basso e chitarra sono indimenticabili. Purtroppo la traccia regala poco altro, ma la pausa è breve: l’esplosione di “Nadsokor”, introdotta da un’inquietante batteria, è di quelle da lasciare senza parole. Le urla sguaiate di Tim Baker rimangono impresse nella memoria, simbolo di una band infernale.
Un po’ di speed/heavy arriva con “100 MPH” a rilassare l’atmosfera, prima di un altro episodio fortemente epico. “War Eternal” ha solo il difetto di un chorus troppo ripetitivo, ma l’intro prepara al meglio e, grazie alla semplicità della struttura-canzone, l’effetto è immediato. Che dire, poi, di “Doomed Planet” oltre a quello che fa già il titolo? Non ce ne poteva essere uno più azzeccato, così come la conclusiva title track, ancora una volta una traccia molto semplice, completa la nostra introduzione all’Inferno.
Ancora una volta, dopo l’ascolto di “One Foot In Hell”, il rimpianto per una band che si è persa dopo averci lasciato così poche perle è grande. Ma forse anche questo contribuisce a rafforzare uno status di cult band pienamente meritato.

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