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    Cirith Ungol

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La fine di una band, l’inizio di un culto

“Paradise Lost”, uscito nel 1991, sancisce la fine dei Cirith Ungol, e contemporaneamente l’inizio del culto a essi dedicato. Non che i precedenti album avessero avuto un gran successo commerciale, ma questo ultimo episodio si rivela da questo punto di vista un vero disastro: poche le copie stampate, mentre un genere come l’heavy metal vive in quel momento il suo momento più difficile.
Evolutisi dopo gli inizi influenzati dall’hard rock anni ’70, e superata la fase oscuramente epica, i Cirith Ungol riemergono leggermente verso sonorità più classiche ed aperte. Non che la voce di Tim Baker sia divenuta rassicurante, tutt’altro, ma l’atmosfera è generalmente meno infernale dei dischi precedenti. Le canzoni restano comunque piuttosto semplici, vedasi ad esempio “Join The Legion” o “Fire”, così come le parti strumentali, spesso suggestive e immersive, ricordano quelle ottime di “King Of The Dead” (ascoltare “The Troll” per credere).
A sentire l’inizio di “Heaven Help Us” sembra di essere tornati negli anni ’70, quelli più pesanti e meno psichedelici, tanto il sound si è fatto arioso rispetto, ad esempio, a incubi come “Chaos Descends”. L’unico barlume del vecchio corso epico si trova in “Chaos Rising”, molto memore dei Manilla Road, tanto da farci supporre che la magia che rendeva la band unica sia scomparsa, purtroppo. Lo stesso si può dire di “Fallen Idols”, uno degli episodi migliori, ma decisamente sotto tono rispetto agli standard da culto di Tim Baker e soci. Che la ragione sia nascosta proprio nella perdita di due componenti storici, Jerry Fogle e Micheal Flint? Anche per questo motivo, “Paradise Lost” risulta un oggetto estraneo al resto della discografia dei Cirith Ungol.

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