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Clint Eastwood: Corpo da western

«È capitato così: ho girato la serie “Rawhide”, poi i western italiani, e sono diventato un attore di western.»

È capitato così, dice Clint Eastwood, ora nelle sale con “Invictus”. Agli esordi soltanto attore di secondo piano nella parte del mandriano in una serie tv, “Rawhide” appunto, tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60; poi protagonista, scelto quasi per caso ed entrato nella Storia, della trilogia del dollaro di Sergio Leone. Infine, regista in prima persona di più di trenta film, tra cui quattro western, girati in tempi diversi della sua lunga carriera: “Lo Straniero Senza Nome” (“High Plains Drifter”, 1973), “Il Texano Dagli Occhi di Ghiaccio” (“The Outlaw Josey Wales”, 1976), “Il Cavaliere Pallido” (“Pale Rider”, 1985) e “Gli Spietati” (“Unforgiven”, 1992) che gli procura il primo Oscar.

Tra queste tre tappe fondamentali nell’universo dei cowboy c’è però molto altro, a partire da quel western improbabile e sconnesso che è “La Ballata della Città Senza Nome” (“Paint Your Wagon”, 1969) di Joshua Logan: un musical surreale, quasi comico che finisce nella contemplazione, ironica e affettuosamente cattiva, del crollo delle utopie.

C’è il gustosamente divertente “Gli Avvoltoi Hanno Fame” (“Two Mules For Sister Sara”, 1970) di Don Siegel, una commedia sofisticata ambientata nel deserto del Messico e allegramente punteggiata da un Morricone poco epico e molto giocoso, e c’è “Bronco Billy” (1980), perla d’autoironia, dove il cowboy è diventato nulla più che un eroe da circo per (pochi) bambini.

Marchiato a fuoco dal misterioso personaggio del Biondo, Eastwood ne ha di volta in volta estremizzato i lati crudeli, sarcastici o seduttivi, fino a spogliarlo di ogni qualità mitica e sovrumana per renderlo tragicamente uomo.
La sua carriera è una sintesi perfetta tra il proprio corpo d’attore, l’identità dei personaggi e la percezione del pubblico: e non si tratta, banalmente, di interpretare sempre la stessa parte o di compiacere i fan, ma di trasmettere agli spettatori la certezza che lui, solo lui, avrebbe potuto incarnare quei personaggi e contemporaneamente suggerire che tali ruoli sono ciò che sono perché è Clint a dar loro carne, sguardo e parole.

«Non gioco con la mia immagine. Piuttosto sono la stessa persona che recita in ruoli diversi.»

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