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  • Cocorosie: Noah’s Ark

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Scorciatoie lo-fi con gli amici immaginari

Pocahontas e Frida Kahlo che si incontrano nel magico mondo di Amélie. Che poi magari non è altro che la loro cantina, ricolma di bambole rotte, carillon che nessuno apre più da anni, orsetti di peluche spelacchiati, soldatini a molla che si inceppano. E poi quel familiare odore di muffa, non esattamente piacevole ma comunque rassicurante, che ognuno di noi potrebbe andare a riscoprire annusando l’armadio più vecchio della casa dei nonni. È questo che si percepisce se ci si lascia un attimo trasportare dai sample graffiati, dal doppio registro vocale – stridente e armonico nella medesima nota – e dall’atmosfera un po’ parigina e un po’ post-warholiana (?) che aleggia tutt’attorno.
Cosa troviamo di diverso rispetto al primo, fugace incontro delle due sorelline, quindi? Tutto e niente. Perché l’atteggiamento naïf è sempre quello. Perché le storie semplici e sgangherate che ci raccontano si nutrono delle stesse emozioni, delle stesse memorie infantili, e sono popolate dallo stesso immaginario fatto di freak e icone popolari. Però la componente folk risulta leggermente penalizzata, messa da parte in favore di un maggiore rilievo per il lato elettronico (che rimane comunque lo-fi), e sono presenti anche i germogli di una nuova, colorata ed effervescente sensibilità pop, pronta a sbocciare ma ancora tenuta nel congelatore.
Ma se si analizza con una minima dose di razionalità – visto che non si può essere soltanto ex-bambini – l’insieme discontinuo del disco, non si può non notare come la scelta di un’attitudine naïf possa facilmente costituire un efficace deflettore per le critiche; come l’aura un po’ magica e un po’ sognante del precedente album si sia affievolita, parzialmente oscurata dalle notevoli performance di guest importanti (per questa volta sorvoliamo sui vantaggi dell’operazione in termini di esposizione mediatica, e facciamoci bastare la “stima reciproca” del caso); come a volte, purtroppo, ci sia più contorno che sostanza; come i connotati artistici stiano più spesso nella testa di chi ascolta piuttosto che tra le note incise su disco.

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