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Coez: “Vi aspetto ai miei live, faremo un gran casino” [INTERVISTA]

Coez, nome d’arte di Silvano Albanese, è un cantautore italiano cresciuto nel mondo del rap, attualmente impegnato – dopo una parentesi pop – nella promozione di un disco “Faccio Un Casino”, che noi di LoudVision vi abbiamo già proposto nella sua recensione, in cui si mostra nuovamente un rapper con contaminazioni indie-pop, grazie anche alle notevoli collaborazioni di cui ha usufruito.

Parliamo con lui proprio dopo l’uscita di questo suo ultimo lavoro che, oltre alla novità del genere, segna una svolta, un nuovo inizio, anche dal punto di vista discografico con una autoproduzione. Coraggio o follia? La nostra chiacchierata parte proprio da questo interrogativo..

Coez, in una epoca in cui le major pescano nel “mare nostrum” dei talent (che non sempre è sinonimo di talenti) tu hai agito in controtendenza, lasciando una big (ndr: la Carosello) per autoprodurti. Coraggio o semplice follia?

Ahahah bella domanda questa, partiamo subito con la quinta! Nessuna delle due, né coraggio né follia, semplicemente sono nel settore ormai da un po’ di anni e data l’esperienza ho imparato a valutare di ogni scelta sia i pro che i contro, li ho calcolati anche in questo caso, li ho messi sulla bilancia e ho capito che questa autoproduzione per questo progetto andava bene.

Abbiamo avuto modo di notare che la tua rottura con la Carosello è stata molto pacifica, ne continui a parlare molto bene e a ringraziarli per quanto hanno contribuito alla tua crescita artistica fin qui.

Sì, penso che il mio sia l’unico caso in Italia di rottura indolore, perché mi sono sempre comportato bene e in maniera onesta con loro e viceversa. Non mi hanno mai limitata nella mia libertà artistica e io sono sempre stato sincero con loro in merito alle mie idee, quindi questa scelta di autoprodurmi e lasciarli non ha influenzato minimamente la mia idea sulla loro professionalità né la loro stima nei miei confronti.

A proposito di talent, adesso anche il rap inizia ad affacciarsi a questo mondo. Tu vieni dalla borgata, dal sottobosco musicale fatto di spray colorati e “risse” a suon di rime baciate. Qual è la tua opinione in merito?

Li disprezzo profondamente. Sono dei pretesti per fare dei programmi televisivi in cui della carriera o del talento dei giovani non frega un cazzo a nessuno. Le vere carriere le fanno i giudici, sono artisti avviati che vanno lì, si fregano un botto “de’ sordi” e per di più grazie all’autopubblicità passano dal riempire i garage ai palazzetti. I talent non girano intorno al talento da riconoscere ed esaltare, ma intorno all’autopropaganda dei giudici. Fatto salvo qualche caso, non so penso a Mengoni il cui talento sarebbe comunque venuto fuori perchè ha una voce pazzesca e un talento indiscutibile, o Chiara, di chi altro ci ricordiamo dopo qualche mese? Disprezzo totale.

Esiste ancora sia nella sfera romana che nelle altre città che hai conosciuto durante la tua carriera quel tipo di ambiente da cui tu sei partito?

No non esiste più, e difficilmente si potrà ricreare. Adesso quelli molto giovani sono subito agganciati dalle major, così come sono aumentate le vie di fruibilità della musica, non serve passare per quegli ambienti o comunque non appena ci si affaccia c’è già chi ha da metterti sotto contratto. Ma non è necessariamente una cosa negativa, è solo un altro tipo di gavetta quella di oggi.

“Faccio un casino” lo abbiamo ascoltato e recensito. Ci ha colpito. Alcuni nota bene: quanto è stato determinante Niccolò Contessa col suo cantautorato indie- pop nell’aiutarti a dare una organicità così ben riuscita a stili così diversi?

Contessa ha avuto un altro ruolo, lui è intervenuto a fine progetto e con lui abbiamo fatto le due canzoni che più ricalcano lo stile italiano. I testi li ho scritti tutti io, la selezione dei brani anche, idem per le musiche e le parti rappate. Prima di proporre a lui questa idea sono passato da Sine a cui è piaciuto e ha collaborato sin da subito.

Fermi tutti, ci stai dicendo che hai fatto una selezione di brani, alcuni sono rimasti fuori e dunque possiamo dedurre che ci sia già del materiale per un nuovo progetto?

Mannacc questo non avrei dovuto dirtelo in effetti (ndr: ridiamo)

Se vuoi mi tappo le orecchie e faccio finta di non averlo mai ascoltato!

Ma no, scrivi pure quello che vuoi, ormai l’ho detto! Penso comunque che sia normale che ci sia sempre del materiale pronto in cantiere. Se scrivi per esprimere degli stati d’animo, non scrivi per far uscire necessariamente un album, scrivi tanto e spesso, perché nella vita le cose mica si fermano? E tu le raccogli e ne scrivi testi, anche se sono – se non l’unico – uno dei pochi a fare ancora così.

Ti dissoci quindi dai tuoi colleghi che scrivono le canzoni per vincere Sanremo o altri contest?

Lo sai che “Faccio un casino” è stata esclusa dalle selezioni di Sanremo e adesso sta venendo molto di più di tanti partecipanti? Del resto Vasco anche arrivò ultimo…. Però per la prossima edizione qualcosa penso cambi, ne stiamo già parlando!

Torniamo all’album: il singolo “Faccio un casino” nel suo ripetersi di “Amami o faccio un casino” sembra una minaccia. Che messaggio volevi che passasse?

Una minaccia (ndr: se la ride ancora). Mi sembrava uno slogan che funziona, voglia di amore disperato, l’amore è così, amami o succede un casino. Penso sia uno slogan che funzioni proprio perché non deve essere spiegato.

Sempre nella stessa recensione ci preoccupavamo delle reazioni dei fedelissimi e conservatori amanti del rap puro. Quali reazioni hai iniziato a vedere? Stavano lì come cecchini pronti col colpo in canna o hanno iniziato ad aprirsi alle contaminazioni di genere che – ormai – altrove sono storia?

Questo discorso lo potevamo fare cinque anni fa, adesso li ho quasi accontentati. I precedenti due album “Non erano fiori” e soprattutto “Niente che non va” (ndr: secondo posto nella classifica Fimi degli album più venduti d’Italia) erano molto più pop, con “Faccio un casino” sono tornato nelle vesti del rapper.

In una recente intervista hai definito la nostra generazione “fatta di tante belle foto e pochi contenuti”, qual è il tuo rapporto con i social?

Abbastanza buono, ma ultimamente “me stanno a pijà troppo la mano sti social”. Abbiamo fatto un grossissimo lavoro di promozione grazie ai social, e delle volte mi accorgo che non riesco a fermarmi, e che c’è bisogno pure di un equilibrio fra reale e virtuale.

Notevole anche la scelta di fare video semplici, economici ma efficaci, con mezzi direi quasi di fortuna. E’ una scelta rivoluzionaria essere al passo con la crisi economica attuale mentre altri continuano ad usare fontane d’oro e ville imperiali…

Le prime sono idee che ci sono venute così per gioco, per sperimentazione. Ti faccio un esempio: una sera eravamo in giro io e un ragazzo del mio entourage e ci siamo chiesti che effetto potesse sortire sui fans un video in cui giravamo per Roma di notte mostrando la magnificenza della città. Bene, quel video ha fatto non so quante mila visualizzazioni. Quindi per questo progetto abbiamo capito che puntare sulla “semplicità” fosse più efficace dei video precedenti in cui effettuavo cinque cambi d’abito. D’ora in poi mi piacerebbe fare dei video in cui non sia io il centro di tutto. Non giudico chi usa lo sfarzo nei suoi video, magari tornerò a farlo anche io, per questo progetto mi piaceva l’autenticità dell’IPhone o della Go- Pro, un politica di Low – fi per tutto il disco.

Pochi instore promozionali e tanti live. Che sorprese ci riserverai?

Dal vivo? Venite e vedrete. Sicuramente “Faremo un gran casino”.

 

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