Home > Recensioni > Cold in July

Quarto lungometraggio del promettente cineasta americano Jim Mickle, “Cold in July” è tratto da un romanzo del celebre scrittore americano Joe R. Lansdale. Dopo il passaggio alla Quinzaine dell’ultimo Festival di Cannes, arriva ora anche al Torino Film Festival, a chiusura di una “personale” che ha mostrato anche i tre precedenti lavori di Mickle, tutti appartenenti al genere horror.

Il regista si è innamorato del romanzo di Lansdale, il coinvolgimento di Michael C. Hall (ormai una star dopo “Dexter”) ha fatto il resto ed il progetto è potuto partire.

Texas, 1989. Nel buio di una notte come tante Richard Dane avverte una presenza in casa: il tempo di prendere la pistola e sparare e un uomo giace morto. La polizia sostiene che si tratti del ricercato Freddy Russell. Qualche giorno dopo compare in città suo padre Ben, in cerca di vendetta. Tra i due è subito guerra aperta, ma le cose non stanno come sembra…

Un oggetto filmico particolare, che parte come una sorta di “Cape Fear” in salsa texana per poi diventare tutt’altro. Sam Shepard e Don Johnson (soprattutto quest’ultimo) iconizzano i loro personaggi rendendoli perfetti sembianti di un tempo e di una cinematografia ormai appartenenti al passato, quegli anni Ottanta in cui la storia è ambientata. Un’epoca in cui, anche al cinema, si poteva scomparire o mentire sulla propria destinazione con estrema facilità: dura la vita degli sceneggiatori di thriller moderni.

Un film d’epoca quindi, anche se recente. Che viene ricordata anche nelle musiche (Jeff Grace debitore del lavoro fatto da Cliff Martinez per “Drive” di N. W. Refn) e nella fotografia di Ryan Samul, che invece ricorda molto le opere Eighties di Michael Mann e Walter Hill, con colori primari forti a “tagliare” le singole scene. Un film per varie tipologie di pubblico, che può essere goduto come un ottimo thiller dall’atmosfera tesa o come un campionario di modernariato proveniente dalla decade più controversa e “kitsch” del secolo scorso. Nulla di esaltante, ma avercene di film così solidi nelle scrittura e con un’idea di regia forte che recupera una certa classicità per riattualizzarla senza risultare fuori moda. E poi, posso assicurarvelo, amerete il Jim Bob di Don Johnson alla follia.

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