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  • Coldplay: Parachutes

    Coldplay

    Data di uscita: 01-01-2000

    Loudvision:
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Lo sbarco

Sono quattro, giovani, inglesi e con un album d’esordio dal titolo profetico, che esorcizzi eventuali capitomboli.
Chris Martin e soci sono sbarcati sul pianeta della grande musica dopo la pubblicazione di qualche EP di scarso successo e lo hanno fatto un po’ in punta di piedi, non perché non avessero già le idee chiare, ma forse perché, data la giovane età, mancava ancora quella consapevolezza e quell’esperienza che si acquisisce solamente con il trascorrere del tempo.
Ad ogni modo, tutto lasciava presagire il futuro successo della promessa del pop inglese, dalla critica che li acclamava, alle classifiche che li vedevano primeggiare, anche se per poche settimane (13), ma con immediatezza (solo 1 settimana dopo l’uscita dell’album), al numero di dischi venduti, ben 5 milioni. Un po’ come dire che, anche se parli sottovoce, puoi dire cose di grande importanza e spessore.

“Parachutes” è un album quasi esclusivamente acustico (pianoforte e chitarre), semplice e al tempo stesso intenso, dove i riff di chitarra non risultano particolarmente ricercati ma pieni di carattere. Gli esperti arpeggi di Johnny Buckland sembrano calcolati e inseriti proprio nel punto in cui te li aspetti, la ritmica non è mai eccessiva e piena di quella dolcezza malinconica che ricorda tanto i Radiohead dei primi tempi, quelli di “Creep” o “Karma Police”, ma meno oscura e pessimista. Un sound che invita all’emozione e all’abbandono, per scivolare in un mondo di immaginazione, avvolto da una melodia che riscalda, fa compagnia e consola.
La personalità di “Don’t Panic” introduce l’atmosfera che si crea con i sussurri di “Sparks”, la malinconia di “We Never Change”, la dolcezza struggente di “Trouble”, in cui il pianoforte è protagonista, e il rock melodico di “Yellow”. Un album di pregevole fattura, preciso, composto, convincente, nonostante l’agguato degli immancabili paragoni per le somiglianze che facilmente vengono attribuite a chi è emergente. I riferimenti sonori sono molti, l’attacco di “Spies” strizza l’occhio ai Pink Floyd, le chitarre distorte di “Shiver” ricordano il Jeff Buckley di “Grace”.

Tanta pulizia nei suoni, un piacere per le orecchie ormai abituate a tanto inquinamento acustico. Un’ondata coraggiosa di freschezza, una semplicità e una spontaneità che non hanno mai il sapore di inconsapevolezza. Eredi dei Travis? Degni rappresentanti della corrente brit-pop? O semplicemente un nuovo gruppo pop di quattro giovanissimi ragazzi inglesi pieni di idee, che avevano tanto da raccontare e determinati a farsi conoscere?
Con questo album ci sono sicuramente riusciti.

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