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Colin Firth, Taron Egerton e i Take That presentano Kingsman a Roma

Sala gremita per la conferenza stampa all British di “Kingsman – Secret Service” (qui la nostra recensione) in un hotel centralissimo di Roma, dove Taron Egerton, Colin Firth e ciò che rimane dei Take That (dopo le varie defezioni ora sono solo in tre), ovvero Gary Barlow, Howard Donald e Mark Owen, hanno incontrato giornalisti e fotografi per discutere del loro lavoro nell’ultimo film di Matthew Vaughn, “Kingsman“, basato sulla graphic novel “Secret Service” scritta da Mark Millar (idolo degli appassionati di comics e dintorni, ed autore anche di “Kick Ass”, da cui sempre Vaughn ha tratto l’omonimo film)  e illustrata dal mitico Dave Gibbons.

Accolti da un applauso, attori e cantanti hanno celermente preso posto, e Mark Owen ha rotto il ghiaccio subito dopo le dovute presentazioni, quando chinandosi sul microfono ha commentato: «Ci sembra di essere i vincitori di un contest, seduti qui al tavolo con Colin e Egerton!». In realtà, molti dei presenti in sala avrebbero potuto dire altrettanto, trovandosi di fronte a una selezione di ospiti del genere.

Niente off topic e domande brevi: queste le indicazioni, raramente disattese. Ecco cosa ci hanno svelato i protagonisti di “Kingsman – Secret Service”.

Colin Firth, hai mai sognato di diventare una spia da piccolo, magari James Bond?
C. Firth: Oh sì, ma non sarei certo stato un granché. Ma chi non fantastica di essere un agente segreto o avere superpoteri… Soprattutto le persone della mia generazione hanno tutte immaginato di vivere le avventure di un Harry Palmer o le varie incarnazioni di James Bond.

Nel film viene spesso ripetuta la frase «Non è quel tipo di film»: voi come definireste “Kingsman”?
C. Firth: Un film di Matthew Vaughn.

T. Egerton: Una versione contemporanea di Bond, il Bond di Roger Moore adattato al 2015. Hanno molti elementi in comune: la stessa teatralità, i momenti di commedia. “Kingsman” ha riportato quello stile, nel genere spy, che mancava da un po’ di tempo.

Colin Firth, la scena di sesso anale che coinvolge la Principessa Svedese era presente nel fumetto? E cosa ne hanno pensato a casa?
C. Firth: In assenza del regista non posso commentare, non in questa sede. Se non erro non era presente nel fumetto. Ero ideliberatamente assente al momento di girarla, e non ho commenti da fare in questa sede.

Pensa che in un mondo insicuro e instabile come quello in cui viviamo oggi, possano esistere organizzazioni di spie come nei film di Kingsman?
C. Firth: Credo che ciò che vediamo nei film del genere, le convenzioni che li caratterizzano, sia tutto mito e fantasia. La realtà che viviamo non è quella di Bond, e solo in leggende come quella di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda esiste una demarcazione netta tra bene e male. Lì la lotta dei buoni contro i cattivi può funzionare, nel nostro mondo no. E se esistesse una società segreta come quella di Kingsman, un’organizzazione così grande, potente, con fondi infiniti e arsenali di quel genere e un proprio programma, ne sarei spaventato a morte.

Considerando chi è il regista, e il fatto che il film è caratterizzato dall’alternarsi di combattimenti e momenti musicali, vi sentite più delle spie o dei personaggi di “Kick Ass”?
T. Egerton: Credo che nulla, in questo film voglia essere verosimile o realistico. Ogni cosa  è amplificata, stilizzata in maniera iperbolica, teatrale, le scene di combattimento sono davvero impossibili, nessuno potrebbe fare cose del genere: non deve essere credibile.

C. Firth: Sì, il film non attinge dalla realtà, ma da molti altri film. Trae ispirazione da tanti punti di riferimento culturali e gioca con quei generi cinematografici e fumetti con cui siamo tutti cresciuti.

Mark Owen: Riguardo i combattimenti impossibili: noi  facciamo coreografie da 20 anni, ora anche loro sanno come ci sentiamo noi da ben due decenni!

Ai Take That: qual’è stata la vostra reazione quando avete ricevuto la chiamata per realizzare il tema del film? Come lo avete affrontato?
Gary Barlow: In realtà non è la prima volta che collaboriamo con Matthew. Ci ha chiamati ad aprile, abbiamo assistito ad una proiezione del film quando era ancora incompiuto, ma il ritmo, l’intenzione, il materiale grezzo erano molto chiari, e musicalmente avevano molto senso. Una volta usciti di lì abbiamo impiegato solo tre giorni per presentare la nostra musica. Siamo davvero soddisfatti del risultato, ci piace l’idea di aver potuto inserire parte del tema della colonna sonora nella nostra canzone, e che anche il video sia perfettamente integrato con il film, a testimonianza del percorso fatto insieme.

È vero che il film è un “divertimento colorato”, ma è innegabile che ci sia una riflessione contemporanea sul fenomeno dello stare “sempre connessi”, quella SIM card che rende tutti uguali e nevrotici… Che rapporto avete con questa realtà? Vi fa orrore o vi affascina?
T. Egerton: È certamente qualcosa che, avendo preso parte a “Kingsman”, ora noto con maggiore consapevolezza. Adesso, tra l’altro, sono anche su Twitter, ed è tutto un po’ terrificante. Molti finora ci hanno chiesto che cosa pensassimo dello scontro di classi sociali dipinto nel film: non credo che il film esplori più di tanto quella tematica, e se ne affronta qualcuna è proprio quella dell’ossessione contemporanea con la tecnologia, che crea dipendenza. Io stesso passo molto tempo su internet, e sui social network finisco ogni giorno per leggere montagne di cose di cui in realtà non mi interessa nulla. È spaventoso. Recentemente è uscito un film, “Men, Women and Children” che esplora in maniera davvero interessante il modo in cui la sessualità è stata influenzata da tutto ciò. È inquietante, e non credo che a livello legislativo si sia arrivati a regolamentare a dovere questo ambito.

C. Firth: Mi trovo d’accordo con Taron, anche se io non sono su Twitter, non lo capisco, non mi interessa, non voglio averci niente a che fare e non ho idea di cosa sia un hashtag. I social media hanno un potere immenso, e come ogni grande innovazione dà potere agli uomini, e detta i termini delle nostre relazioni. Allo stesso tempo credo che la rete abbia un grande potenziale come strumento politico, capace di creare democrazia, permette di essere creativi in mille modi nuovi che abbattono tanti limiti. Ormai puoi fare un film con l’iPhone! Ma a volte la tecnologia ti priva del mondo esterno, anche quando si è in posti unici. Ero a Venezia e tutti facevano foto o tenevano la testa bassa sui loro schermi invece di guardarsi attorno. La gente va in Africa e fa solo foto degli animali… C’è il National Geographic per quello!

G. Barlow: Per me è molto divertente. Tutti si fanno gli affari degli altri, ma anche per questo si può imparare molto, e in genere è uno strumento educativo. È un’area relativamente nuova delle nostre vite, ma molto presente. Con mio figlio quattordicenne comunico solo tramite WhatsApp: gli mando un messaggio per dirgli che la cena è pronta, e poi lo vedo scendere. Mi diverto ad essere presente sui social media, c’è gente divertente, cool, anche quella crudele… ma è tutto parte del problema.

C’è una scena esilarante nel film, in cui il personaggio di Colin Firth stermina molti avversari in una chiesa: impossibile non pensare a situazioni recenti, come la strage di Charlie Hebdo. Cosa ne pensate? In casi del genere la realtà supera la fantasia?
C. Firth: Io non faccio affatto quella connessione. E capisco che possa risultare evasivo dire che il film è un’opera di fantasia e non abbia collegamenti con la realtà. Ma è così. Certo, poi vedendo un film, ascoltando musica o leggendo un libro… insomma ogni volta che ci confrontiamo con qualcosa che stimola una risposta emotiva, abbiamo delle reazioni reali, così come nel creare storie immaginarie attingiamo da ciò che conosciamo. Ma abbiamo finito di lavorare al film più di un anno fa, dunque non avremmo potuto mai immaginare eventi come quello menzionato. In generale, direi, non avrei MAI potuto concepire quello che è successo. Quello cui abbiamo assistito è un pezzo di follia da fumetto.

T. Egerton: In eventi del genere ci sono talmente tante implicazioni politiche, sociali e religiose che non possono essere ridotte a un commento superficiale. E in un film come questo, come in tantissimi altri, c’è solo una netta contrapposizione tra buoni e cattivi, nessuna sfumatura nel mezzo, nessuna tridimensionalità o complessità. Eggsy e Harry sono eroi in pieno spirito western tanto quanto Valentine e Gazelle sono puramente malvagi. C’è una demarcazione molto chiara, e non credo sia giusto tracciare quel parallelo.

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Colin Firth, il suo è un personaggio che non perde mai la calma, come molti altri suoi ruoli al cinema. Anche nella sua vita personale è così composto? Anche quando c’è di mezzo lo sport, in particolare le partite dell’Arsenal o della Roma?
C. Firth: Le vicende dell’Arsenal negli ultimi anni hanno indubbiamente influito sulla mia compostezza. Non sono immancabilmente impassibile, anche se posso darne l’idea. Anche io perdo la pazienza. Una delle gioie del mio lavoro è che mi permette di diventare personaggi che vorrei essere, o quelli che sono felice di non essere. L’idea di un’eterna compostezza… forse se sei un monaco. Noi inglesi abbiamo fama di essere sempre impassibili, ma non credo corrisponda alla realtà, soprattutto se ci vedete negli stadi o ad un concerto dei Take That. È più mito che realtà. E non mi esprimerò sulla Roma.

La questione della classe sociale nel film è evidente: non desta timore il fatto che le persone che hanno fondato l’agenzia di Kingsman siano le stesse che siedono nella Camera dei Lord?
C. Firth: Gli stereotipi di nobiltà, del buono contro il cattivo, il folle, sono tutti punti di riferimento che ricevono un’impronta dall’epoca in cui esistono, ma sono comunque rappresentati a grandi tratti, senza sfumature. Se li scomponiamo nel film, ci ritroviamo dei paradossi. Sì, quelle stesse persone sono membri della Camera, ma non credo che la Camera stessa sia un’istituzione così necessaria o utile in genere, d’altra parte mi è piaciuto il fatto che siano stai i parlamentari a votare contro la pena di morte, quindi ecco le contraddizioni. Quello di Michael Caine nel film è un personaggio fossilizzato, arcaico, un retaggio del suo tempo, uno snob che tiene alla larga il giovane plebeo, ma alla fine vediamo le teste dei ricchi esplodere, letteralmente. Altra contraddizione, altro conflitto.

T. Egerton: Il personaggio di Caine, poi, sebbene sia un rappresentante dell’establishment, si rivela alla fine (SPOILER!!) come uno nato nella classe operaia, e che ha finto sempre di essere nobile solo per perseguire i propri scopi. E questo aspetto è segnato anche dal cambio di accento, che solo alla fine perde le qualità aristocratiche per ridarci quella calata che ha reso famoso Michael Caine nella storia del cinema (elemento che perdiamo nel doppiaggio nostrano, ndr).

Protagoniste del film sono anche le scene di lotta, come vi siete preparati fisicamente? Più lezioni di combattimento o di danza?
C. Firth: Più vicine alla danza. Per me, almeno. Per Taron credo sia stato più difficile, considerando che è giunto nel cast dopo di me; io invece mi sono potuto preparare per sei mesi, tre ore al giorno ogni giorno seguito da una squadra di dieci persone. È stato intenso, anche quando staccavo dal set di Woody Allen (“Magic in the Moonlight”, ndr) dovevo continuare ad allenarmi. E tutto ciò non ha alcuna utilità nella mia vita: se dovessi essere vittima di un attacco potrei affidarmi unicamente alla danza.

T. Egerton: Sì, è stata dura: ciò di cui sono fatti gli incubi. Quando parlai con Matthew mi disse che la condizione per poter recitare questo ruolo è che avrei dovuto essere in grado di fare determinate cose, sul set, che richiedevano condizioni fisiche eccezionali, così mi sono trovato a continuare ad allenarmi ancora mentre le riprese erano già iniziate, prima e dopo ogni sessione sul set, preparandomi specificamente per quelle scene che sapevo sarebbero state girate di lì a poco. Tutto sommato è stato divertente. Una volta, ero nello studio in cui mi allenavo con Colin, e stavamo provando le varie azioni, quando l’allenatore mi dice di arrampicarmi sulla corda. Gli dissi che non ce l’avrei mai fatta, non lo facevo da quando ero piccolo, e anche allora… e lui mi ha incoraggiato, suggerendomi di usare anche i piedi per aiutarmi se fosse sevito. Insomma, mi sono ritrovato a farlo e non ci credevo! Sono arrivato fino in cima. Oggi non sarei minimamente in grado di farcela, ma mi piacerebbe tornare a fare cose del genere!

E con queste parole i divi sono stati estratti dalla sala con manovre fulminee, mentre noi giornalisti siamo stati lasciati in quarantena in attesa che finisse il photocall. È in quel momento che sono spariti gli ultimi muffin del rinfresco.

“Kingsman: Secret Service” arriverà nelle nostre sale il prossimo 25 febbraio. Nel cast anche Samuel L Jackson e Michael Caine. La canzone dei titoli di coda, scritta e cantata dai Take That, si intitola “Get Ready For It”. La band aveva già collaborato con Matthew Vaughn per il film “Stardust” in occasione del quale avevano realizzato il singolo “Rule The World

E a proposito di Gary Barlow, è vero che si diverte a usare i social network! Oggi ci ha scattato una foto e l’ha prontamente postata su twitter:

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