Home > Recensioni > Colpa delle stelle

Arriva in anteprima nazionale al Giffoni Film Festival lo strombazzato “Colpa delle stelle” di Josh Boone con Shailene Woodley, Laura Dern e Willem Dafoe, reduce da incassi rilevanti nel primo weekend di programmazione negli USA (in Italia lo vedremo dal 4 settembre).

È tratto dal romanzo omonimo di John Green, un bestseller rivolto ad un pubblico adolescente, che prende il titolo da una frase pronunciata da Cassio nel “Giulio Cesare” di Shakespeare: “La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni”.

“Colpa delle stelle” unisce in un’unica opera tre fertili filoni hollywoodiani, da sempre garanzia di successo al botteghino: quello “young adult” alla “Twilight” e affini, il dramma strappalacrime con malattia e la sua variante ironica e desacralizzata (recuperare “The Sessions” per avere un valido esempio). Un film dedicato ad una specifica fascia di pubblico, quello delle ragazzine in età adolescenziale: nemmeno i loro coetanei maschi saranno accalappiati da questa roba furbetta e studiata meticolosamente a tavolino.

Hazel Grace è una sedicenne malata di cancro. Partecipando a un gruppo di sostegno per pazienti, incontra un ragazzo, Gus, malato di cancro come lei, e i due s’innamorano. Hazel e Gus condividono le paure derivanti dai loro problemi di salute, e la passione per i libri, tra i quali spicca quello preferito da Hazel, “Un’imperiale afflizione”, dello scrittore olandese Peter Van Houten. Quando Gus riesce ad avvicinare l’assistente dello scrittore, ottiene un invito per incontrarlo ad Amsterdam.

E qui mi fermo, perché quel paio di colpi di scena che accadono, pur telefonati, non meritano di essere svelati. Due cose da salvare in questo totale disastro: il libro di Van Houten racconta in pratica la storia del film (con un’importante differenza) in un esempio non troppo convenzionale di metanarrazione interna alla storia; Willem Dafoe nel ruolo dello scrittore regala cinque minuti di grande recitazione, gigioneggiando di puro mestiere. È, in pratica, tutto qui.

Una irriconoscibile Laura Dern non fa altro che dire “bellissimo” e “meraviglioso”, sembrando sempre sotto l’effetto di pesanti psicofarmaci: lei, non il personaggio. Prendere in giro i cliché del genere “film con malati” in voice over, per poi ricadere in tutti gli stereotipi sui quali s’ironizzava, è un giochetto fin troppo scoperto. E poi c’è una scena, anche importante, il primo bacio tra i due innamorati, ambientata nella soffitta della casa di Anna Frank (!!!) ad Amsterdam che è un’apoteosi del cattivo gusto. Se avete figlie tra i 10 e i 13 anni portatele a vedere il film, apprezzeranno e si commuoveranno; voi approfittatene per farvi un paio d’ore di sonno su una comoda poltrona.

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