Home > Rubriche > Music Industry > Combatte i robot della EMI

Combatte i robot della EMI

Detta così ricorda tanto un disco dei Flaming Lips, si tratta invece di una delle tristi storie da avvocati che avvelenano questi anni di industria musicale.

“Dark Night Of The Soul” è il titolo dell’ultimo disco del dj Danger Mouse, prodotto in collaborazione (sonora) con Mark Linkous e (visiva) David Lynch. Non solo, è stata annunciata infatti la partecipazione di gente come Iggy Pop, Julian Casablancas, Wayne Coyne e molti altri. Insomma, un’indescrivibile concentrazione di hype, culminato nel coup de théâtre di una settimana fa, quando siamo venuti a sapere che il disco non avrebbe mai visto la luce.

Perché? Solite beghe legali tra Danger Mouse e la EMI, assolutamente non nuovi a questo tipo di scontro, tanto da farci domandare se non sia il caso di prendere strade differenti. In precedenza la EMI era riuscita a bloccare l’uscita del “Grey Album”, in cui il dj remixava le vocals del “Black Album” di Jay Z con il “White Album” dei Beatles. Il successo si ripete con “Dark Night Of The Soul”, anche se con risvolti decisamente più grotteschi.

Il disco infatti esce ugualmente, corredato da un poster, a 10$. Un prezzo un po’ caro per un CD-R, l’unica cosa che Danger Mouse è riuscito a pubblicare, con l’invito ai propri fan di riempirlo con quello che ritenevano opportuno. Ad esempio le canzoni dell’album che potete ascoltare in streaming su NPR. La versione arricchita dal booklet di David Lynch, invece, gira in edizione limitata per circa 50$: decisamente poco economica, considerando che per completarla occorre quantomeno un masterizzatore.

Ciliegina sulla torta, per ricollegarci agli argomenti che questa rubrica ama trattare, la rimozione del breve trailer presente su YouTube, nel quale non era presente alcuna traccia della musica dell’album, ma soltanto una presentazione del lavoro del regista americano. Lo stesso spezzone potete vederlo sul sito ufficiale del progetto.
Qualche dubbio sulla legittimità di questa rimozione lo abbiamo, meno invece sulla condizione di sofferenza in cui versa il portale di video nei confronti delle etichette discografiche. Forse, come dice Pitchfork, ci conviene credere che sia stato un robot programmato per rimuovere i contenuti protetti da copyright a censurare automaticamente il video.

Scroll To Top