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Come chiudere col dolore

It Hurts / God knows that it does…
“Because Of This”; una tra le tante calde perle chiamate ad abbellire la solita uggiosa e fredda serata milanese. Mark Lanegan: un nome, una garanzia.
Ma sono gli Enemy di Troy Van Leeuwen – già A Perfect Circle, QOTSA, Professional Murder Music e altri – ad aprire la serata, all’insegna di un rock energico, ma melodico; debitore tanto di Foo Fighters, quanto di Nirvana e Tool. Uno show piuttosto scialbo, per un inizio di serata all’insegna dell’alternative (…) anni ’90 (…).
Fortunatamente, dopo, sul proscenio salgono Lanegan e i suoi (tra cui lo stesso Troy), a deliziare le orecchie dei presenti con delizioso spleen formato famiglia. M. è scostante, severo, riservato.
Un’immagine velata: Lanegan aspira un’ultima volta dalla sigaretta e la getta a terra; il viso nascosto nella penombra. Lento, si muove a spegnerla, con movimenti rarefatti, circondato dalla nebbia del fumo, che sale a spire e circonda la sua figura. Impalpabile, più idea e sentimento che presenza fisica. Non così le sue canzoni, pregne di quel mood esistenzialista e malinconico che scioglie il cuore. Il solipsismo esasperato del personaggio comunque si stempera nell’infinita bellezza della sua voce: roca, consumata, profonda, sporcata e dalla nicotina e dal dolore; interprete ideale del mal di vivere universale.
Ma, mentre i commoventi vocalizzi da crooner consumato non perdono un colpo, non così l’insieme dello show. L’ex cantante degli Screaming Trees è sin troppo confidente e sicuro di sé e i musicisti dietro di lui occupati a dar fondo alla loro carica adrenalinica e acida, rovinando così,almeno in parte, l’atmosfera di quanti speravano – anch’io – di aver a che fare più con musica da camera e moduli intimistici che non esplosioni psichedeliche e rock marmoreo. Complice, anche, il suono – a volte – pessimo e il volume – a tratti – decisamente troppo alto, molte sono le labbra increspate. È anche vero, però, che in tal senso Lanegan continua il discorso portato avanti sull’ultimo EP “Here Comes That Weird Chill”: esperimenti, sonorità in bassa fedeltà, moduli più rock; tutto a testimoniare la volontà e il sentimento di un cambiamento. Poco da ridire, comunque, ché tra un medley da “Scraps At Midnight”, una “Borracho” o momenti all’insegna di Nick Cave e Grateful Dead, c’è veramente poco da lamentarsi. Al massimo un po’ da ridire su alcuni momenti del concerto.
Per il resto, Mark è una voce – letteralmente – drammatica come poche. Mark ha più volte rischiato di farmi piangere; blues e country-rock, soul elettrico, una chitarra acustica. Una voce che fa paura nel cuore della notte.
Una voce che fa paura.
Una voce.

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