Home > Interviste > Come eravamo

Come eravamo

Ci sono personaggi, nella storia del cinema e dello spettacolo, le cui biografie riflettono il quadro socio-culturale di un intero paese in un dato momento storico. In Italia, uno dei casi più esemplari, nonché meno conosciuti dal grande pubblico, è sicuramente la figura di Franco Cristaldi, produttore cinematografico. Dal dopoguerra in poi, il suo nome campeggia sulle locandine di tutti i più grandi film della storia del nostro cinema: da “Amarcord” a “Divorzio all’Italiana”, da “I Soliti Ignoti” a “Salvatore Giuliano”, da “Kapò” a “Nuovo Cinema Paradiso”.

Presentato al recente Torino Film Festival, e in uscita il prossimo marzo in edizione dvd, “Franco Cristaldi e il suo Cinema Paradiso” di Massimo Spano, è il primo documentario italiano sulla figura di un produttore. Un viaggio attraverso i migliori anni della cinematografia e della vita culturale di un intero paese, che ha diversi meriti, primo tra tutti quello di avvicinarci a una professione tanto complessa quanto sconosciuta ai più, e di farci riflettere una volta ancora su quanto il clima culturale sia cambiato nel nostro paese.

La serata organizzata alla Casa del Cinema di Roma per la presentazione del dvd distribuito da Cristaldi Film e Dolmen Home Video si è articolata in due parti: dopo l’incontro con il regista Massimo Spano, Zeudy Araya (vedova Cristaldi) e il figlio di Franco, Massimo, sono intervenuti Enrico Ghezzi, Renzo Rossellini e la dott.ssa Elena Dagrada per una tavola rotonda su uno dei titoli di punta della nuova collezione dvd della Cristaldi Film: “Europa 51″ di Roberto Rossellini.[PAGEBREAK]

Come è nata l’idea del documentario su Cristaldi? Che lavoro avete fatto per selezionare il ricchissimo materiale di repertorio?
Massimo Spano: È stato un lavoro molto emozionante, perché ci siamo trovati di fronte a un personaggio unico: Cristaldi aveva l’abitudine, molto insolita nell’ambiente in cui operava, di conservare tutto, perfino le veline delle notizie. Abbiamo trovato un archivio immenso: tutti i documentari girati da lui a partire dal dopoguerra, tutti i provini agli attori, anche a quelli che poi non venivano scelti per le parti. È un grande tesoro. Evidentemente Franco conosceva il valore di quello che stava facendo. Il suo approccio dimostra amore e profondo rispetto nei confronti del cinema.

Zeudy Araya: Spero che questo film avvicini il grande pubblico, e soprattutto i giovani che vogliono fare questo mestiere, per far capire loro come era il cinema una volta, e un modo di lavorare, quello di Franco, che non era solo un produttore, ma, se vogliamo, anche un artista.

Passando a parlare di “Europa 51″, che verrà distribuito in dvd dalla Cristaldi Film con una sezione extra ricca di scene tagliate e mai mostrate al pubblico italiano, cosa possiamo dire su Rossellini e questo film?
Enrico Ghezzi: “Europa 51″ è il primo film di Rossellini che mi abbia sconvolto profondamente, quando lo vidi per la prima volta agli inizi degli anni ’70. Ricordo che in me provocò una specie di mutazione: è un film che ha cambiato il mio modo di vedere i film, perché parla, in più di una scena, di una vera e propria teoria della visione, e la suggerisce allo spettatore. È una pellicola ancora da comprendere a pieno. Dal momento in cui la vidi non ho più avuto l’innocenza, finta, di sapere cos’è quello che sto vedendo quando guardo un film.

Renzo Rossellini: Ricordo che facevo sempre un sacco di domande a mio padre. La prima domanda che feci su questo film fu: perché questo titolo “Europa 51″? Per la prima volta compariva in un titolo di film questa parola, Europa, che allora era un concetto di cui eravamo molto meno consapevoli. Questo voleva essere un film sulla santità e sulle reazioni ad essa nell’Europa del ’51. Se il film successivo di mio padre sarebbe stato “Francesco Giullare di Dio”, questo invece parlava di una moderna santa, molto francescana, la cui santità veniva presa per pazzia dalla società moderna. Questo film ha legami anche con titoli precedenti: il lutto di Irene/Ingrid Bergman per la morte del figlio suicida è pure valido per la morte del bambino di “Germania Anno Zero” e per tutti i bambini morti in guerra. E soprattutto, “Europa 51″ è la pellicola che ben rappresenta il modo di fare cinema di mio padre, che seguiva un’estetica del giusto, piuttosto che del bello.

Scroll To Top