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Come out and play!

A distanza di diversi mesi dalla pubblicazione dell’ultimo “Rise And Fall, Rage And Grace” (giugno 2008), gli Offspring, sbarcati in Europa per una manciata di date e qualche festival, toccano anche l’Italia nell’unica serata all’Alcatraz di Milano.
Serata calda e nuvuolosa, che si farà sentire all’interno del poco ventilato locale di via Valtellina, tutto esaurito per l’occasione.
Il pubblico affluisce lentamente e pazienta per l’ingresso in scena dei Broadway Calls, dopo aver capito che l’ulteriore special guest era solo un’inutile scritta sul biglietto. Il giovane trio si impegna per quaranta minuti buoni, proponendo uno dietro l’altro numerosi estratti del loro recentissimo “Good Views, Bad News”. L’impegno c’è, la resa no. Suoni impastati e confusi non permettono di godere appieno dell’esibizione, ed è un peccato, perché le medesime tracce su CD hanno un effetto completamente differente. Inaspettatamente tuttavia la platea sostiene i semisconosciuti Broadway Calls battendo le mani e tenendo il tempo sulle note della loro esibizione.

Gli Offspring si fanno attendere parecchio, tanto da tramutare le acclamazioni dell’attesa in fischi di insofferenza. Sono le 22.10 e finalmente calano le luci. I tremila dell’Alcatraz si fanno sentire tutti; da questo momento va in scena l’atto italiano di “The shit is fucked up” tour.
Data la scenografia inesistente e l’interazione con il pubblico limitata a quattro frasi e due thank you, rimane tutto nelle mani e nell’ugola dei quattro californiani, capaci di attirare l’attenzione unicamente sull’esecuzione.
La partenza è una botta da sette cartucce sparate una in fila all’altra: dall’apertura con “The Stuff Is Messed Up” al trio di “Americana” con “Walla Walla”, “Have You Ever” e “Staring At The Sun”.

Ben presto qualche ragazza si accorge che la metà locale di fronte al palco non è il posto più comodo per godersi il concerto in tranquillità, e batte in ritirata. La platea è in festa ad ogni inizio di canzone, qualunque essa sia: persino singoli tanto criticati (“Hit That”) vengono ballati e applauditi al pari delle hit indiscusse e degli estratti dell’ultimo disco.
Il primo momento di tranquillità arriva insieme a un piano al centro dello stage, dove Dexter Holland esegue e canta “Gone Away”, a onor del vero scelta non troppo felice per una voce che non si addice ad esecuzioni acustiche.
Poco male: si riprendono presto, inizialmente lenti (“Kristy Are You Doing Okay?”, ben eseguita) per poi tornare ai livelli da pogo senza permettere che nessun adolescente degli anni ’90 uscisse senza aver ascoltato le colonne sonore della propria gioventù.

Il bilancio è un totale di 19 canzoni (“Intermission” registrata non la contiamo, vero?) per soli 75 minuti.
Molti sperano in un ulteriore rientro on stage per qualche ciliegina sulla torta, ma niente tris, il gruppo è semplicemente in una serata poco estroversa e si limita a svolgere in fretta e più che dignitosamente il proprio compito.
Una serata ben riuscita, comunque, coronata da esecuzioni precise al limite delle album-version e dal pubblico, scatenato su ogni canzone indipendentemente dall’appartenenza a un passato più o meno recente, più o meno discusso.

Stuff Is Messed Up
Bad Habit
You’re Gonna Go Far, Kid
Come Out and Play (Keep ‘Em Separated)
Walla Walla
Have You Ever
Staring at the Sun
Gone Away
Kristy, Are You Doing Okay?
Hit That
Why Don’t You Get a Job?
Intermission
Americana
All I Want
Pretty Fly (for a White Guy)
(Can’t Get My) Head Around You
The Kids Aren’t Alright

Hammerhead
Want You Bad
Self Esteem

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