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Come proteggere le proprie opere artistiche

Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, per tutelare i diritti d’autore sulla propria creazione (una canzone, un testo, una poesia, ecc.) non servono atti formali come l’iscrizione alla SIAE, la registrazione dell’opera o un contratto con l’editore. Al contrario, si diventa padri dell’opera nel momento stesso in cui essa viene creata e, in quel preciso istante, se ne acquista il diritto alla paternità ed allo sfruttamento economico, con la conseguente possibilità di interdire, per il futuro, ai terzi il plagio e lo sfruttamento della propria opera.

L’autore si dovrà curare solo di provare l’anteriorità della propria creazione rispetto ad eventuali soggetti che pretendano di vantare diritti sull’opera medesima. Perché è ovvio che, intanto si può affermare di essere l’unico autore di un’opera, in quanto nessun’altro possa vantare il medesimo diritto per un processo creativo intervenuto precedentemente. Come dire: “Il primo che arriva, si prende tutto!”.
A nulla vale affermare di essere i primi creatori, e quindi di aver acquisito il diritto d’autore, se poi questa circostanza non può essere dimostrata, in modo certo, in un’aula di Tribunale. Nella realtà giuridica esiste, infatti, solo ciò che può essere provato.

In questo senso, dunque, risulta essenziale dimostrare una data certa in cui si è divenuti autori, in modo da poterla esibire nell’eventualità di un processo (ad es. per plagio) nei confronti di eventuali terzi che affermino la stessa cosa.

A tal fine, il deposito dell’opera alla SIAE è il metodo più classico e sicuro per attribuire la paternità all’opera e dotarla di una data certa.
Ma non è l’unico.

Non è certo sufficiente inserire il noto simbolo «©», del copyright o ancora la dicitura “tutti i diritti riservati”, seguiti da un nominativo e una data. Questi elementi testuali segnalano solo che ci si autoproclama titolari dei diritti economici sull’opera, a far data da quanto indicato. Ma non provano alcunché.

Molti autori sono soliti spedire un pacco con raccomandata A/R indirizzato a sé stessi, contenente l’opera da proteggere, avendo cura di conservarlo, dopo la (ri)consegna da parte del postino, intonso e sigillato.
In tal modo, il timbro postale, attestante la data di invio della raccomandata, in quanto posto sul pacco da pubblico ufficiale (l’impiegato postale), garantirebbe la data certa della data di invio e, quindi, il fatto che a quella data l’opera già esisteva. In altre parole si tenta, in questo modo, di attribuire una data alla paternità dell’opera, da dimostrare all’occorrenza.
Il sistema, tuttavia, se anche è il più economico ed agevole da eseguire, è anche il più insicuro. Non poco spesso, infatti, i plichi postali arrivano a destinazione in condizioni non ottimali, strappati e comunque scollati. Inoltre, è assai facile sostituire il contenuto del pacco e, benché manomesso, farlo sembrare sigillato. Inoltre, la legge attribuisce valore di prova al timbro postale solo quando l’involucro fa corpo unico con l’opera spedita (ossia quando il foglio di carta viene ripiegato su sé stesso e, su di esso, venga scritto l’indirizzo del destinatario e apposto il timbro postale).

Un sistema alternativo può essere quello di spedire il pacco ad uno qualsiasi degli enti pubblici, i quali hanno l’obbligo di vidimare, annotare e protocollare ciò che ricevono per posta. Spesso dunque si invia una raccomandata a/r, contenente la propria opera, alla Presidenza della Repubblica. L’ente, dopo aver aperto la corrispondenza, annoterà sul proprio registro la data di ricevimento del prodotto (un cd, uno spartito, un libro, ecc.).
Anche questo sistema, tuttavia, appare poco efficace per via di tre ragioni: la lentezza di risposta delle Amministrazioni; la facilità di dispersione dei documenti all’interno dei loro archivi e l’impossibilità a conservarli per un tempo illimitato; la difficoltà, in assenza di una esatta identificazione del prodotto nel registro, ad individuare il documento con esattezza tra i tanti pervenuti.

Si usa, a volte, sfruttare la previsione della legge 106/2004, che impone il deposito di tutte le opere presso l’Archivio Nazionale della Produzione Editoriale o presso la Discoteca di Stato. Ma, al di là che al mancato adempimento di questa formalità non corrisponde alcuna sanzione, l’obbligo riguarda solo le opere già pubblicate e, non quindi, quelle per così dire “home made”.
In ogni caso, tale adempimento ha un valore puramente amministrativo e non probatorio.

Altri modi per provare la paternità dell’opera sono le varie forme di pubblicazione che documentino con certezza la data di resa pubblica (giornali, quotidiani, riviste, televisione, radio). Anche un’esecuzione in pubblico, dove si sia presentata l’opera (per es. un festival, un concerto, una festa, un concorso) è idonea, ma andrà provata con una dignitosa registrazione avente in qualche modo data certa e/o con testimoni.
La prova testimoniale, tuttavia, è tra le prove quella più debole, atteso che la sua valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice.

Il sistema più sicuro e certo, oltre al già accennato deposito presso la SIAE, resta quello della consegna dell’opera ad un notaio. Questi redigerà verbale, che costituisce atto pubblico, facente piena prova (anche della data di consegna) fino a querela di falso. Ma, in questo caso, i costi saranno più elevati.

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