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Come un concerto jazz

Dopo una lunga carriera tra videoclip, dietro la macchina da presa per artisti del calibro di Bocelli, Pausini e Ramazzotti, e spot pubblicitari, Ago Panini porta finalmente nelle sale un progetto che aveva in cantiere da quasi un decennio: un film corale ambientato nei primi anni ’80, a metà tra pulp e commedia nera, prodotto dalla sua laCasa in collaborazione con Mikado Film. Titolo: “Aspettando Il Sole”. Cast: troppo lungo per essere citato tutto, ma Panini – che, infaticabile, si è già messo al lavoro sul suo prossimo film, sulle vicende del condannato a morte Derek Rocco Barnabei – non si è davvero fatto mancar nulla, e ha coinvolto nel progetto nomi del calibro di Raul Bova e Claudio Santamaria. Risultato: un film fosco e a tratti suadente, incerto ma carico di novità.

Il film pare avere un sottotesto politico, anche per la scelta di ambientarlo nell’82…
Credo che “Aspettando Il Sole” sia come una cipolla, un film che ha tanti livelli di lettura. Questa dell’aspetto politico rappresenta un’osservazione di quelli profondi. L’82 è un anno strano, un anno in cui ancora ci si poteva perdere: non c’erano internet e telefonini, in televisione, di notte, ancora si poteva incontrare qualche film interessante. Diciamo che è stato un punto di non ritorno: la tv commerciale compiva i primi passi, e avrebbe modificato il nostro pianeta, si entrava oltretutto in un’era in cui non avremmo più avuto il privilegio di essere disconnessi. Ormai siamo in perenne contatto, e volevo che i personaggi del film potessero in un certo senso perdersi, o mentire – e oggi non è più realmente possibile. Anche il titolo è profetico: aspettiamo un risveglio, non solo nostro, di individui, ma anche del cinema, e della nazione. E mi piace far notare che il film è fatto di tante piccole rivoluzioni, dalla recitazione al modo in cui è stato prodotto – non sembra neanche un film italiano, almeno non nel senso di genere. Ecco: questo è uno dei grandi problemi della nostra cinematografia, l’assenza di altro, di generi, mentre se si dà uno sguardo all’estero scopriamo che ovunque nascono pellicole di ogni tipo, dalle commedie alla fantascienza.

Vieni dalla pubblicità, come tanti altri grandi autori, come lo stesso Ridley Scott: ma quando è nata in te l’idea di fare cinema?
La genesi di “Aspettando Il Sole” risale al 2000, nella sua prima stesura. Il sogno di fare il cinema, invece, credo sia il sogno più vecchio che ho: da piccolo, visto che non volevo scottarmi e andavo al mare solo nel tardo pomeriggio, passavo le estati al cinema, vedevo tantissimi film. E poi mi è sempre venuto naturale raccontare per immagini, faccio anche fotografie – tra cui quelle che vedete nella locandina. Professionalmente, poi, i videoclip e la pubblicità sono in un certo senso stati l’università: lì non puoi sbagliare, il “non sono stato capito” è una scusa che non esiste. O funziona o non funziona: sei senza rete di salvataggio. Per me venire dalla pubblicità non è certo un’onta: viviamo in un mondo in cui tutto è sponsorizzato, a questo punto meglio avere rapporti ufficiali con la pubblicità. E poi questo film è stato prodotto proprio con i proventi degli spot. Abbiamo girato per trenta giorni, quattro per ogni stanza e sette per la reception, che si incastrava con le altre scene. Volevo che il film fosse come un concerto jazz, in cui i musicisti si conoscono a memoria, e volevo girare come un avrebbe fatto un fotografo, quindi dopo le prove mettevo gli attori nella stanza della scena e facevo far loro dei lunghissimi master shot che giravo da più punti di ripresa, per avere il loro vero istante di freschezza, di verità. Particolare gustoso, abbiamo girato all’ostello della gioventù del Foro Italico, che in quei giorni era aperto e frequentato prevalentemente da stranieri, e il bello è che Claudia Gerini, che recita quasi sempre in lingerie, in pausa pranzo non si vestiva e continuava a girare per l’ostello così acconciata: be’, gli stranieri non hanno battuto ciglio.

Il risultato, comunque, è un film corale e complesso, in cui tutti gli attori interpretano ruoli per loro atipici…
Sono da sempre appassionato di film basati su ruoli diversi dalla routine: da Henry Fonda in “C’era Una Volta Il West” a Tom Hanks in “Era Mio Padre”: aumentano l’imprevedibilità. Mi dicevano: “Nessuno crederà a una storia in cui Raul Bova viene abbandonato”. E volevo Garko nella parte di un debole, tanto quanto Vanessa Incontrada per una pornostar. E soprattutto volevo lavorare con grandi attori. E sono stato stupito dalla loro risposta, dalla loro voglia di mettersi in gioco e seguirmi, anche discutendo. Il cinema italiano, oggi, ha pochi personaggi, e molti attori che fanno sempre lo stesso ruolo, tanto che non si capisce più se non stiano forse interpretando se stessi. Il ruolo è una maschera, come Pantalone. Ci volevano tante voci: non si tratta di un film a episodi, ma di una pellicola in cui tante voci ne compongono una sola, quella di una umanità che sta ai bordi e che di solito nelle statistiche cancelliamo. Credo che statistica e marketing abbiano fatto più danni delle bombe atomiche, perché ci hanno reso massa, annullando le nostre differenze sostanziali e accomunandoci in grandi categorie. Voglio sia chiaro che non si vuole affatto disegnare uno spaccato, l’idea del film corale è collegata alla non troppo velata metafora delle termiti cui si fa riferimento a più riprese: qualunque cosa, vista da lontano, perde di significato.

Le termiti come la pioggia di rane di magnolia?
Non avevo pensato a un accostamento così alto: per me rappresentano semplicemente tutto quello cui non facciamo attenzione e che finirà per rappresentare la nostra rovina. Come il clima, ad esempio, che è un problema lontano da noi e quindi ci lascia indifferenti. E invece sarà proprio il clima che ci spazzerà via da questo pianeta, visto che ci siamo liberati di Bush.

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