Home > Zoom > Come Una Crisalide: The new Italian way to horror

Come Una Crisalide: The new Italian way to horror

Novità: nel cinema italiano esiste anche il filone horror. Nota di giubilo. Dario Argento non è solo, ha creato una vera e propria scuola di epigoni, suoi devoti, che nei confronti del Maestro contraggono più di un debito, e tutto il resto è mal assortito. Se il cinema di genere italiano stenta a decollare sui grandi canali di distribuzione nazionali, perché proprio non ce ne sono di thriller, o horror, o, utopia, film di fantascienza, una certa vitalità viene invece dalla produzione indipendente.

La LuPa film di Luigi Pastore è una piccola ma significativa realtà, esempio di un cinema totalmente libero, fuori dalle convenzioni che costringono a scendere a compromessi chiunque si affacci a questo mestiere. Aprendo una nuova via tramite la valorizzazione del canale telematico, per il suo debutto sul grande schermo Pastore ha scelto quasi tutto il cast tecnico e artistico attraverso internet, dando la possibilità a molti giovani di lavorare per la prima volta su un set.
Già autore di cortometraggi e produzioni televisive legate al cinema di genere, con esperienza anche nel campo dei videoclip, Pastore sperimenta il thriller, dopo una lunga gavetta che lo ha visto anche tra i ghost videomakers del backstage dei film di Dario Argento “La sindrome di Stendhal” e “Il Fantasma dell’Opera”.

Come Una Crisalide” (2009) è il suo debutto alla regia. Thriller dalle forti componenti oniriche e orrorifiche, incentrato sulle sanguinarie imprese di un delirante serial killer. In programmazione al Nuovo Cinema Aquila di Roma, “Come Una Crisalide” lascia come postumi un senso di inquietudine e un vago “appiccicamento” morboso. Un po’ splatter, poco horror, molto thriller-psicologico, almeno nelle intenzioni.

Il misterioso serial-killer non è psicopatico per caso – di lui non vediamo mai il primo piano, ma solo il dettaglio di un occhio sbarrato iniettato di sangue. Oppure, lo vediamo mentre cammina con andatura da automa e dei guanti di lattice che fanno un po’ chirurgo un po’ macellaio. Scelta originale… Come da tradizione, ha vissuto un’infanzia difficile. È stato abbandonato da tutti, e ora ammazza tutti quelli che lo hanno fatto soffrire, e anche tutti quelli che gli capitano a tiro. L’abbandono è la chiave di lettura del suo delirio, in un rifiuto della società che lo pone come vittima prima che carnefice.

La regia è notevole e crea un sapiente gioco di specchi tra i vari segnali dell’audiovisivo: il protagonista ama riprendere le sue vittime e le torture che infligge loro, in una sorta di voyeurismo che fa riflettere anche sulla “posizione” dello spettatore. Una delle vittime è un cinico presentatore televisivo che specula sui sentimenti della gente. In lui è possibile cogliere un’apprezzabilissima satira sui tanti programmi televisivi che lucrano sulle tragedie in una posta al rialzo del dettaglio perverso e morboso.

La sceneggiatura, invece, non sta in piedi. La banalità della storia, nonostante i mille profondissimi significati impliciti che vorrebbe suggerire, non è riscattata da nessuna trovata di cinema, cosicché le scene sono una successione di topoi di genere. Più si va avanti più la noia cresce. Già si sa quello che accadrà, si spera solo che si faccia il più presto possibile, e si tira un sospiro di sollievo quando la vittima di turno vomita l’ultimo fiotto di sangue. Insopportabili i monologhi del protagonista, con una voce a metà tra il tenebroso e l’eccitato. L’effetto comico è dietro l’angolo, insomma. Ed esce allo scoperto quando entrano in scena i personaggi di controno, doppiati che sembra di stare in un serial per pre-adolescenti del primo pomeriggio TV.

Scroll To Top