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Comicità a mano armata

Mister X è un rapper statunitense, afroamericano; vende un sacco di copie, ama la droga e le pistole. Una biografia estremamente sintetica, funzionale come un’equazione X = X nel mantenere intatta la propria veridicità indipendentemente dal nome che si metta al posto di Mister X. Nel caso specifico, Mister X è Dwayne Michael Carter, Jr – in arte Lil Wayne.

Anche a voler essere prolissi, la biografia di Lil Wayne non brilla per originalità: fatto salvo un interesse per il rap che potremmo definire precoce, il suo percorso artistico segue le tappe obbligate per i predestinati all’olimpo degli stereotipi. Un esordio inaspettatamente brillante, prodromico di una altrettanto inaspettata picchiata verticale; giusto il tempo di riprendersi dallo shock e sfornare un album che segni un netto miglioramento su tutti i fronti, ed è già dentro il binario morto dei dischi fotocopia: chi ha bisogno di un nuovo titolo, quando basta aggiungere II e III a quello dell’album precedente? Una tattica che peraltro gli fa vendere milioni di copie e che conferma l’assoluta prevedibilità dell’uditorio a stelle e strisce. Seguono le inevitabili tonnellate di featuring e le penose quanto ben retribuite comparsate cinematografiche.

Esaurita la parentesi musicale, si sposta lo sguardo dal cantante al personaggio: lì dove droga e pistole dovrebbero essere l’inconfondibile marchio di fabbrica. Con all’attivo una condanna per detenzione illecita di arma da fuoco e svariati arresti per possesso di droga, il giovane Carter non sembra spiccare particolarmente nemmeno su questo fronte. Anche se, nonostante la sentenza, Lil Wayne non sembra esattamente il prototipo del gangster dal grilletto facile; in fin dei conti, fino a prova contraria, l’unico colpo di pistola da lui mai esploso fu contro sé stesso, per errore, a tredici anni.

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