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Il concerto degli Swans a Roma, il live report

In molti mi avevano messo in guardia dall’ andare a vedere dal vivo gli Swans. Si narrano leggende di persone in fuga con le orecchie sanguinanti, e di disturbi permanenti all’ apparato uditivo. E’ quindi con un misto di timore ed ansia che faccio il mio ingresso la Circolo Degli Artisti,in totale sold out per l’occasione, e l’innumerevole quantità di gente che maneggia tappi per le orecchie (di cui io ero sprovvisto) non fa che amplificare questo mio stato d’animo.

Le danze si aprono intorno alle 20:00, con l’opening act della bionda e giovane Margaret Chardiet, in arte Pharmakon. La sua esibizione è un vero e proprio happening a base di drum machines e lamiere che stridono, un sound che rimanda dritto ai Throbbing Gristle più estremi,veri e propri alfieri dell’industrial primigenio. La sua voce filtrata urla a squarciagola frasi incomprensibili e dissonanti, e il coinvolgimento si fa totale quando la stessa Margaret scende dal palco per guardare in faccia il suo pubblico uno ad uno. Un’esibizione di sicuro impatto, ma che secondo me perde gran parte del suo senso in un contesto al di fuori della dimensione live.

Verso le 21:00, le luci si abbassano, la gente comincia ad indossare i suddetti tappi, ed io capisco che la cerimonia sta per cominciare. Entra a torso nudo Thor (e mai nome fu più azzeccato) Harris, capellone e barbuto come un vero vichingo, che comincia a percuotere delicatamente un gong. Per svariati minuti questo suono continuo si espande nell’aria come un campanello d’allarme, fino all’ingresso di Cristoph Hahn, che interrompe quest’estatica monotonia con le rasoiate della sua lap steel guitar. Il resto della band esce con calma, su quest’allucinato tappeto sonoro, e per ultimo arriva lui, il deus ex machina: Michael Gira, solenne, luciferino, completamente vestito di nero. La tensione cresce piano, di pari passo col rumore sempre più lancinante, fino alla deflagrazione totale delle chitarre. Da quel momento in poi, amici, il vostro coraggioso recensore è entrato in un vortice psichico dal quale, per fortuna o purtroppo, non è ancora uscito completamente fuori.

Parlare di scaletta, o più semplicemente di “pezzi” in un contesto del genere, è del tutto fuori luogo. Gli album di riferimento sono gli ultimi “To Be Kind” ed il precedente “The Seer”, ma le composizioni degli Swans sono creature mutevoli. Dei vorticosi flussi di (in)coscienza in cui vi è largo spazio alle improvvisazioni e dove il rumore viene portato sino alle estreme conseguenze. C’è tutta la disciplina e la tenacia di chi ha il coraggio di prendere un singolo accordo ed espanderlo fino a farlo diventare altro da sé, per trasportarci direttamente in un’altra dimensione. Mentre il suono ci avvolge e Gira declama ieratico le sue parole di amore morte e distruzione, mi guardo intorno, e vedo persone letteralmente in trance ,perse, rapite. Cosi provo a chiudere gli occhi e mi accorgo che le pareti di questo mondo pian piano si sfaldano, ed io mi ritrovo letteralmente catapultato in un altrove sconosciuto. Questa è psichedelia!

Dopo ben due ore e mezza di infuocato sabba sonoro, Gira e soci ci salutano, evidentemente stremati. Io esco fuori con le orecchie piacevolmente ronzanti (non sono ancora pronte a riassimilare interamente i suoni del mondo esterno), compatendo quegli stolti che rimettevano in tasca i loro preziosi tappi. Da certe esperienze, bisogna farsi devastare.

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