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Confini D’Europa: Europa (mai) vista

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“Confini D’Europa” è una serie di sei film documentari diretta da Corso Salani, prodotta da Vivo Film in collaborazione con Rai Tre-Fuori Orario. L’intera serie andrà in onda su Rai Tre per Fuori Orario a partire dal 14 Gennaio, per sei lunedì consecutivi alle 0:50 circa; inoltre, per chi non è uso alle scorribande notturne in tv, e nemmeno alla pratica masochista dell’ascolto dei cine-filosofici monologhi interiori, per di più “fuori sincronia”, di Ghezzi, insomma, per chi semplicemente non ha voglia di premere il tasto “rec”, o – metodo consigliato – programmare la registrazione, i sei documentari saranno visibili al Trieste Film Festival, interessante rassegna cinematografica che dal 17 al 24 gennaio animerà l’amena cittadina di confine. Il lavoro di Salani, autore del mirabile “Gli Occhi Stanchi” (1995), è stato apprezzato anche a Locarno, dove il terzo episodio della serie, “Imatra”, ha ricevuto il premio Speciale della Giuria nella sezione Cineasti del Presente. La presentazione della serie si è svolta alla Casa del Cinema di Roma, dove sono intervenuti Enrico Ghezzi (RaiTre), Gregorio Paonessa e Fabrizio Grosoli (Vivo Film), Annamaria Percavassi (direttricee del Trieste Film Festival) e lo stesso Salani, che ci ha mostrato in anteprima l’ultimo episodio, “Yotvata”.
“Confini D’Europa” è un viaggio attraverso la declinazione dell’idea di confine. Seguendo una “guida” femminile, Salani porta la videocamera ai margini della globalizzazione, in luoghi dimenticati da Dio e fortunatamente anche dagli uomini, lì dove non è ancora arrivato il turismo di massa con i suoi mostri galleggianti traboccanti passeggeri satolli, il cui pensiero primario è cosa indossare alla “serata”. Piccole comunità ignorate perfino dalle cittadine vicine, e non siamo sulle Ande o negli sconfinati deserti asiatici: siamo nell’Unione Europea, ma anche in Israele. Confine come confino, provincia del mondo, auto-espulsione, amputazione, trincea protetta dai carriarmati, matassa inestricabile di contraddizioni identitarie, chiusura di diaframma per riuscire a focalizzare in profondità.
Com’è possibile riuscire a rappresentare qualcosa che talvolta appare sordo e ottuso come un muro in cemento armato, e talvolta appare come una “linea che si cancella e riscrive per definire nuovi spazi interiori, tratto sempre mutevole entro cui disegnare la storia e la nostra identità”? Con sguardo pudico ma non ingenuo, fulminante ma non aggressivo, in quella che allora diventerebbe un’inchiesta social-sentimentale dai risvolti patetici, Salani riesce a far parlare la terra, i volti, una spiaggia, facendo la scelta meno scontata: mantenersi sul confine, appunto, tra fiction e no-fiction. È come se il film fosse già lì ed aspettasse solo di esser girato, e la storia è solo un appunto, fondamentale però; infatti, la storia aiuta quella che sembra un’illuminante maieutica dell’immagine. Che sia questo il vero realismo?

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