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  • Converge: Jane Doe

    Converge

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Un’architettura maestosa, terribile e sublime

Parlare di questo disco dopo averne ascoltato le note è un po’ come ripercorrere quegli attimi impressi a fuoco nella vostra mente, quei momenti di puro e livido dolore che vi porterete dietro per l’eternità.
Il lavoro in questione, benché non il primo in ordine temporale (ci sentiamo in dovere di ricordare le prove dei grandiosi e riformati Coalesce), testimonia la fine dell’hardcore inteso alla maniera Old School. È una divisione arbitraria e superficiale, chiaramente; a maggior ragione se si considerano Turmoil, Kiss It Goodbye, Rorsharch, Deadguy e co.
“Jane Doe” racchiude al suo interno uno dei più grandi esempi di chiarezza, intensità, emozione e arte pura messi in musica.
“Dear, I’ll stay gold…”, così si presenta l’ouverture di uno dei numeri più estremi che la musica abbia mai partorito. “Concubine”, un minuto e diciannove secondi di un’intensità così feroce che nemmeno i Brutal Truth. La frammentazione totale di un modo di intendere il fine ultimo di ciò che la musica estrema ha rappresentato negli ultimi anni, semplicemente. Un suono che è una frattura non decontestualizzata dai suoi ambiti di appartenenza. Le melodie oblique di “The Broken Vow” si affiancano all’arpeggio “post” di “Hell To Pay”. L’incedere spasmodico ma fluente di una commovente “Heaven In Her Arms”, rallenta per introdurre la catartica tensione elettrica destrutturata di una “Phoenix In Flight” da tramandare ai posteri. Il lampo di convulsione nel collasso di “Phoenix In Flames”, che inaugura una parentesi acida a base di grind in salsa Converge, riflette la devianza progressiva di “Thaw” e la concezione quasi post-industriale di “Distance And Meaning”. In chiusura la title-track: un monumento di undici minuti e passa di deragliamento sonico-sentimentale, all’insegna della visionarietà e di quel tocco obliquo di cui i Converge ormai sono maestri.
Conclusione: un capolavoro di dimensioni mastodontiche, che segue il solco tracciato da altri grandissimi e tragici spiriti affini quali Swans, Godflesh, Neurosis, O.L.D. e co., in tempi e ambiti differenti. Un signor disco che, alla luce dei fatti, ridefinisce un panorama musicale (quello della New School in particolare) e instaura un regime di terrore all’insegna di nuovi e fulgidi canoni espressivi.

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