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Come sopravvivere, per un bambino ebreo solo al mondo, alla persecuzione dei nazisti? Srulik, otto anni, lo fa rinunciando alla sua identità. Vivendo, poco dopo essere fuggito dal ghetto di Varsavia grazie al padre, mille vite diverse, inventando su di sé storie sempre nuove, senza mai dire la verità: “Io sono ebreo”.

Per prima cosa Srulik cambia il proprio nome, diventando Jurek, poi, con l’aiuto di persone caritatevoli che incontra sul proprio cammino, manda a memoria le preghiere cristiane, impara a farsi il segno della croce, e non abbandona mai il crocifisso che tiene appeso al collo. Solo così riesce a trovare attimi di gioia e di pace, ma solo attimi, perché la persecuzione prosegue, e anche chi lo desidera aiutare si ritrova costretto a lasciarlo di nuovo solo al mondo, sotto la minaccia dei militari nazisti. Non c’è speranza di bene duraturo, per Jurek/Srulik, in questo mondo, e si ritroverà in numerose occasioni faccia a faccia con la morte, in un lutto che non ha mai fine.

Tratto dal libro di Uri Orlev che narra la storia vera di Yoram Friedman, “Corri ragazzo corri” di Pepe Danquart adotta la formula picaresca per narrare le mille vite di questo bambino straordinario, il cui amore per la vita, nonostante tutto, ha qualcosa di commovente, struggente persino. Certo, le storie sulla Shoah sono tante, nel mondo del cinema, e questa (che arriva nelle sale per il Giorno della Memoria, dal 26 al 28 gennaio 2015) certo non brilla in modo particolare, ma è comunque preziosa, specialmente perché parla – senza però troppi sconti – in una lingua capace di coinvolgere anche gli spettatori più giovani, a cui il messaggio è in primo luogo diretto.

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