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  • Il corriere – The Mule

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    Data di uscita: 07-02-2019

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Arrivato alla veneranda età di ottantanove anni, Clint Eastwood torna davanti (oltre che dietro, dove non ha mai smesso di stare, con cadenza più o meno annuale) alla macchina da presa con “Il corriere – The Mule”, un nuovo passo d’addio, chissà se definitivo, alla professione che l’ha reso leggenda in movimento ben prima della sua seconda, brillantissima carriera da autore di razza. Il discorso sul “vecchio leone simbolo di un’epoca al tramonto” iniziò già nel 2000 con “Space Cowboys” (ok, con “Gli spietati” nel 1992, ma nel West s’invecchiava prima …), per poi trovare compiuta grandezza cinematografica e metaforica con lo splendido “Gran Torino” del 2008, che sembrava aver chiuso giochi e discorso (in mezzo anche “Debito di sangue” e il pluripremiato “Million Dollar Baby”); invece c’era ancora qualcosa da dire, questa volta relativa all’uomo Eastwood sganciato dall’icona simbolica, al vecchio signore che si volta indietro e riprocessa nella mente tutto, le gioie e le mancanze, le orgogliose rivendicazioni e le vergogne. Lo spunto, semplicemente perfetto, viene da un articolo pubblicato sul New York Times nel 2011.

Earl Stone (Eastwood) è un anziano signore rimasto solo e al verde, costretto ad affrontare la chiusura anticipata della sua impresa; gli viene offerto un lavoro per cui è richiesta la sola abilità di saper guidare un’auto. Earl è ignaro di aver appena accettato di diventare un corriere della droga di un cartello messicano. Il suo carico diventa di volta in volta più grande perché si rivela adattissimo al mestiere, e per questo motivo gli viene assegnato un assistente (Ignacio Serricchio). Nonostante i suoi problemi finanziari appartengano al passato, sorge un altro problema: Earl è finito nel radar dell’efficiente agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper). Earl scopre che è seguito da Bates, ma molto probabilmente a tenerlo d’occhio è anche qualcuno del cartello stesso …

Il tono dell’opera è leggero, Clint sembra divertirsi un mondo a tratteggiare un uomo gioviale e simpatico sì (fa il fioraio, basterebbe questo per capire l’opera di smitizzazione ironica …), ma con il lato oscuro di ogni “commesso viaggiatore” workaholic dell’America del (baby)boom: la totale trascuratezza verso la famiglia, che ormai con lui non vuole avere più a che fare. La figlia di Earl è interpreta da Alison Eastwood, figlia maggiore del primo matrimonio di Clint, finito quando lei aveva dodici anni … Chiaro, no? La sovrapposizione tra personaggio e interprete, al di là degli eventi narrati, è totale.

Ad una prima parte abbastanza meccanica, che sembra far succedere uno dopo l’altro gli eventi per puro determinismo, si passa, pian piano, ad un crescendo dal ritmo incalzante che lascia senza fiato. Eastwood dirige con uno stile che definire “classico” sembra ormai persino riduttivo e un filo fuorviante, si appropria della storia, dei tempi e degli spazi e dispiega tutti gli elementi alla giusta distanza, dalla macchina da presa e, di conseguenza, dallo spettatore. Tante figurine abbozzate di contorno (da NON segnalare un Lawrence Fishburne presente per onor di firma, appena di più una Dianne Wiest ingabbiata in un ruolo che non le concede nulla se non continue lamentele e Andy Garcia, boss del cartello), ma tutto contribuisce alla credibilità di Earl, l’unica cosa che conta.

Ogni stereotipo possibile sul rapporto vecchi/giovani e analogico/digitale è presente, dalla illusione (?) di vigoria sessuale alla praticità di chi non ha bisogno di Internet per trovare una strada o per cambiare una gomma, ma nulla di questo stona perché insito nella visione del mondo filtrata dallo sguardo del protagonista. E il maestoso finale, di cui naturalmente non vi anticipiamo nulla, s’inserisce nel solco del cinema “morale” già dissodato, più o meno recentemente, da opere come “Flight” di Robert Zemeckis.

Non si può sfuggire alle proprie responsabilità e alle conseguenze delle proprie azioni, non è nemmeno giusto che gli si sfugga, pena il dissolvimento di ogni mattoncino impilato a fatica nel corso del’esistenza. Rigida etica protestante,  sguardo ancora capace di penetrare il contemporaneo pur senza comprenderlo appieno, e una leggerezza che non vedevamo nel suo cinema dai tempi dei duetti con Meryl Streep ne “I ponti di Madison County”. Una sorta di “Mondo perfetto” alla rovescia, da cacciatore a preda, dove l’aderenza ad una vita criminale non ha più tare esistenziali come nei kennedyani anni Sessanta, ma semplici questioni di sopravvivenza e bollette da pagare.

In conclusione, il bilancio di Clint non ha forse la portata della chiusura dei conti con l’icona di “Gran Torino”, ma è un fulgido esempio di cinema sempre più raro, sempre meno in sintonia con i gusti del pubblico, distante dall’ondata moralista del politicamente corretto che impera, e devasta, le produzioni di consumo hollywoodiane degli ultimi tempi. Earl insulta, disprezza, ma c’insegna a vivere. Ne abbiamo davvero bisogno.

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