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I corti dell’Irish Film Festa 2020: tutto il cinema irlandese… in breve

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L’Irish Film Festa, annuale rassegna di cinema irlandese organizzata a Roma sotto la direzione artistica di Susanna Pellis, quest’anno si è tenuta online dal 27 al 29 novembre.

La Festa ha ridotto la sua selezione ai cortometraggi, tematizzandola in quattro categorie: “New Irish Shorts” per i film narrativi live-action, “Animation” dedicata alla florida industria nazionale dell’animazione, “Documentary” con due documentari/interviste, e “Made in Northern Ireland” con il cinema dell’Irlanda del Nord.

Ritroviamo anche in questo assaggio limitato causa COVID, la consueta varietà del cinema dell’isola di smeraldo che l’Irish Film Festa importa in Italia da quasi quattordici anni.

New Irish Short

Immagine da “Cynthia“, con Clare Dunne

La categoria ammiraglia, “New Irish Shorts”, si caratterizza per due storie drammatiche su tutte:

Cynthia”, di Jack Hickey, mostra una cena fra vecchi amici in onore della loro compagna, la Cynthia del titolo. Una cena che da affettuoso omaggio muta in uno sfogo di rancori e rimpianti. La pressione del passato è la stessa delle quattro mura della scena, e è la stessa della breve durata del film: la progressione emotiva esplode in un lungo monologo dove la presunta fragilità della protagonista diventa determinazione, onestà e riscatto. È un monologo in cui assistiamo all’inizio di un amore e alla sua fine repentina, incastonato in una storia che sembra iniziare da una fine e terminare con un nuovo inizio. Se l’andamento sincopato è garantito dai significativi rimpalli fra le due coppie di ospiti, è Clare Dunne, l’interprete della protagonista, a esprimere tutto il saliscendi di tensione ed emozione che dà al film lo stesso respiro di una storia più lunga e importante.

Clare Dunne è anche autrice e interprete del nuovo film di Phyllida Lloyd “La vita che verrà – Herself”, presentato alla scorsa edizione di Alice della Città al Festival del cinema di Roma, prossimamente al cinema da Bim Distribuzione.

Ciúnas / Silence” di Tristan Heanue, come premette il titolo, è un film di non-detti, dove le cause scatenanti la crisi familiare non sono raccontate né sembrano essere importanti e generano comportamenti difficili da decifrare, dolorosi e umani. Una coppia di anziani si mette sulla strada in viaggio verso la loro figlia appena dimessa da una clinica. Ritroviamo i codici del genere on the road: l’isolamento catartico e lo sviluppo psicologico che procedono parallelamente al mutare del paesaggio fuori dai finestrini della macchina; la vita degli altri osservata a debita distanza esacerba il confronto con la vita dei protagonisti, ma questi ultimi si osservano infine a vicenda e si concedono pazienza, perdono, accettazione e, finalmente, un nuovo inizio. Il film è in lingua gaelica irlandese.

Nella selezione ci sono anche film “di genere”, ma il loro concepimento e la loro realizzazione mi sono sembrati poco definiti e meno consapevoli rispetto ai due film suddetti. 

Maya” di Sophia Tamburrini parte spedito per la tangente della fantascienza filosofica senza trovare nulla di suggestivo né inedito alla fine del tunnel; “La petite mort” di Michael Smiley commette lo sgarbo (sì, mi sono offeso) di concludersi con un colpo di scena macabro, tratto da una storia vera ma costruito con sciatteria, che cancella la delizia della ricerca fotografica precedente, tutta ripresa con un iPhone; “Was That a Yes?” è cinicamente simpatico e formalmente lodevole, composto di un’unica ripresa al rallentatore e in riavvolgimento, ma assomiglia troppo a una lunga pubblicità e lascia il tempo che trova. “Break Us” è un heist movie in pillole, senza sbavature ma dal colpo di scena finale telefonato e dai personaggi neutri. Tutti questi cortometraggi non si svincolano dalla loro natura di dimostrazioni tecniche neanche troppo sperimentali. Peccato.

Conclude la selezione “Halo”, di e con Michael-David McKernan, storia di un tassista che non si fa mai gli affari propri ma che ascolta Beethoven, quindi è uno dei nostri. La sua indiscrezione più esagerata però troverà un’inaspettata complicità. Una corsa urbana notturna condotta in sordina e in tempo reale che piacerà agli amanti del genere (eccomi).

Made in Northen Ireland

Immagine da “Father Father“, con Ian McElhinney e Martin McCann

Sul fronte della leggerezza vince decisamente la selzione nord-irlandese “Made in Northern Ireland”, i cui film sono molto più a loro agio con l’ironia e addirittura la comicità.

Un incontro fortuito e inconsueto diventa una amicizia ricorrente, e l’ennesima prova che il mondo è piccolo: “Parting Gift”, diretto dall’attore Paul Kennedy, è la storia di un senzatetto (Stuart Graham) e una ragazza (Hayley McQuillan) che si intrattengono a vicenda sulla panchina di un parco parlando di musica, e andrebbe bene già così. Ma ovviamente c’è il colpo di scena.

Ruby”, del nominato all’Oscar Michael Creagh, è il palcoscenico di un anziano marito che per le loro “nozze di rubino” regala alla moglie… un posto al camposanto. I due si amano, ma dopo tanti anni rimane ancora qualcosa da chiarire. La morte è un soggetto da ridere, mentre la vita riserva qualche lacrima. Bravissimi e adorabili i protagonisti Dan Gordon e Kate O’Toole.

Father Father” di Michael McDowell ha in sé il seme di un lungometraggio, anzi di una serie televisiva. Spinge sul pedale della farsa senza pudori e senza pudori si ride. Il protagonista interpretato da Martin McCann è un novizio alla vigilia del suo ordinamento a prete, e con più o meno riluttanza questa vigilia si trasforma letteralmente in un addio al celibato, complice l’avvenente Diona Doherty. Al ritorno da una missione in Africa si ritrova con una figlia di quattro anni, notizia che riceve proprio mentre sta celebrando delle nozze. Il vescovo (Ian McElhinney) andrà su tutte le furie, per ragioni insospettabili.

Con “The Appointment” di David Moody, ultimo film del lotto nord-irlandese, torniamo invece in campo realista, seguendo le giornate e i compromessi del giovane Ian (Ciaran Flynn), fra l’incudine dello sfruttamento al lavoro e il martello della malattia della madre (Geraldine McAlinden). Nonostante la cupezza costante ci aspetta un lieto fine benvenuto.

Animation

Immagine da “The Wiremen” di Jessica Patterson

All’Irish Film Festa è sempre molto attesa la selezione di opere d’animazione, “Animation”, quest’anno molto ricca e variegata per temi e stili.

The Wiremen”, di Jessica Patterson, è forse il film più esemplare della categoria, che come altri noti film irlandesi tenta di mescolare le suggestioni del folclore e la nostalgia della vita rurale. L’arrivo dell’elettricità nella sua casa coincide con la scoperta delle faerie, fatine simili a scintille. A nulla valgono gli appelli dei suoi famigliari a non giocare con la luce: la piccola protagonista la seguirà fino al buio dei campi, dove gli elettricisti e i loro cavi si trasformano in ombre minacciose e mostri.

Them”, co-produzione tedesca di Robin Lochmann, è totale simbolismo minimalista, al servizio di una morale rilevante per l’attualità ma meno lirica di quanto ambiva a essere (qui un’intervista al regista). Come il monolito di “2001: Odissea nello spazio”, nella placida comunità dei Grigi Testoni (il nome gliel’ho dato io) arriva Il Colore a portare discordia. Il Testone Dorato ci mette poco a diventare papa, e i pochi anticonformisti rimasti si rifugiano nel villaggio vicino. Invece di trovare grazia trovano giustizia, perché anche lì intanto è sorto il culto del Testone Argentato, e sarà guerra aperta. A salvare il fascino di questo corto è lo stile “bicromatico” ma soprattutto la ripresa dal vivo, ispirata alla stop-motion, delle miniature che servono da fondale per i personaggi, realizzati invece in computer graphics.

Streets of Fury”, di Aidan McAteer, si abbandona alla nostalgia delle sale giochi anni ‘90 ma con spirito iconoclasta, e nel solco di film come il disneyano “Ralph Spaccatutto“. Così il videogioco “Streets of Fury”, palese richiamo a “Street Fighter”, buca il suo universo a 8-bit (emulato alla perfezione) per invadere un bucolico mondo di pecore affamate. Dopo le iniziali incomprensioni, i protagonisti dei due giochi uniranno le forze: anche una pecora può dare filo da torcere alla criminalità organizzata!

Ancora più ambizioso è “Abe’s Story”, che si impegna con sforzo sovrumano a rendere, tramite computer graphics, l’aspetto di un teatro di marionette e dell’animazione di silouhette; sforzo tale che forse valeva la pena realizzarli direttamente dal vivo. L’idea è però apprezzabile, e è lo spunto per raccontare le origini del romanzo “Dracula” di Bram Stoker (è lui il protagonista Abe) da una prospettiva tanto spettrale e orrorifica quanto quella del romanzo stesso.

L’ultimo corto animato, al confronto con queste produzioni più impegnative, purtroppo impallidisce per approssimazione e immaturità: “Archie’s Bat” di Shannon Egan sa gestire i tempi comici e strappare un sorriso, ma rimane un progetto senza capo né coda e un’animazione sotto gli standard anche per un saggio di diploma. Sarà per la prossima volta.

Documentary

Immagine da “The Grass Ceiling” di Iseult Howlett

Chiude la rassegna la categoria “Documentary” che ospita due lavori giornalistici con squisita capacità narrativa e gusto cinematografico e chiaramente rilevanti nel dibattito sociale in corso.

Con “The Vasectomy Doctor” di Paul Webster ci rituffiamo nel passato oscurantista delle lotte contro l’aborto e la libertà sessuale seguendo la testimonianza di un chirurgo ormai in pensione. Il dottor Andrew Rynne balzò agli onori delle cronache suo malgrado non solo per essere stato il primo in Irlanda a operare vasectomie ma anche per essere stato oggetto di un attentato alla sua vita proprio a causa del suo mestiere.

Torniamo al presente con “The Grass Ceiling” di Iseult Howlett, dove si raccontano tre atlete di sport di squadra e di contatto come il rugby, il calcio e l’irlandesissimo hurling. Le protagoniste raccontano l’origine della loro passione, i pregiudizi incontrati, e l’orgoglio di mostrare l’aggressività del loro spirito e i lividi del loro corpo senza rendere conto a nessuno.

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