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Così fan tutti

Il motto di Cetto è «I have no dream, ma mi piace u pilu!»: più pilu e cemento armato, disprezzo di tutto ciò che abbia a che fare con la legalità, dall’orrore per le tasse, che sono «come la droga, una volta che cominci a pagarle non la smetti più», a cose semplici, come il casco in motorino, che se lo metti «in paese poi finisce che ti prendono per frocio». È così che Cetto ammonisce il figlio Melo, e anzi, l’unica cosa che riesce a mandarlo in crisi è il fatto che la fidanzata del figlio non abbia minne, tanto da chiedersi, come padre: «dove ho sbagliato?»

Il paesino in cui vivono i personaggi appare come un’unica colata di cemento e potrebbe trovarsi in Calabria come in qualsiasi altra parte d’Italia, tant’è vero che la villa di Cetto è stata presa così com’era in una sorta di agriturismo fuori dal raccordo anulare di Roma – anzi, riferisce il regista che si è dovuto eliminare un po’ di kitsch nell’arredo, e comunque l’effetto è quello di uno Scarface all’italiana, con l’immancabile vasca d’oro.

Cetto La Qualunque è oggi più che mai una straordinaria lente di ingrandimento sulla realtà italiana, che attraverso la comicità ci permette di esorcizzare lo squallore in cui siamo immersi e che ci vede inermi, quando non sotterraneamente (e neanche tanto) compiacenti.
Antonio Albanese, con l’apporto fondamentale della regia di Giulio Manfredonia, riesce nel difficile esperimento di mantenersi in equilibrio tra realtà e surrealtà, denuncia e auto-assoluzione (quella di un’intero popolo, riluttante a riconoscersi come tale) amplificando così l’effetto comico.

Un film molto italiano, insomma, ma che riesce ad avere un respiro intenazionale, tant’è che sarà in concorso alla berlinale, nella sezione “Panorama”, e verrà proiettato subito dopo i fratelli Coen.
Un film comico di denuncia? Sì, nella migliore tradizione della commedia all’italiana. Ciò che nobilita “Qualunquemente” rispetto a opere di genere simile cui siamo abituati da qualche tempo, è il non autocompiacimento dei comportamenti che vengono messi alla berlina, per cui di solito la denuncia sociale cade trascinandosi dietro anche l’effetto comico, e rimane solo la volgarità.

Se a volte la commedia diventa solo una mistificazione della realtà e assume verso di essa un atteggiamento qualunquista, “Qualunquemente” è al contrario «un atto d’amore nei confronti dell’Italia», come afferma Albanese, perché solo cercando di essere realisti si dimostra di essere sinceramente interessati a qualcosa, altrimenti, se l’atteggiamento è quello del “chi se ne frega”, non si ha neanche la voglia di analizzare ed essere coerenti rispetto alla materia del racconto.

“Qualunquemente” suona così come un monito rispetto a quello che potrebbe accadere e che sta già accadendo, in una corsa all’impazzata in cui la realtà ha già superato la finzione. In fondo è «un film ottimista», afferma Albanese, spiazzando la platea di giornalisti che non fa altro che ripetergli «lo ammetta…questo non è un film comico», perché ridicolizzando personaggi semi-mafiosi e pericolosi, che per molti saranno anche furbeschi e vincenti, ma nel film vengono rappresentati solo come ignoranti e patetici, riesce a far passare il messaggio che Albanese ripete all’unisono con il suo compagno di scrittura Guerrera: «noi speriamo ardentemente che non ci sia più bisogno di inventare personaggi come Cetto La Qualunque».

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