Home > Recensioni > Counting Crows: Saturday Nights And Sunday Mornings
  • Counting Crows: Saturday Nights And Sunday Mornings

    Counting Crows

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

Il grande sonno dei Counting Crows

Diviso equamente tra due titoli, due ispirazioni e due produttori diversi, esce “Saturday Nights And Sunday Mornings”, il quinto lavoro in studio dei californiani Counting Crows, a ben sei anni di distanza dal loro precedente (e non particolarmente brillante) “Hard Candy”.
Più incisivo nella prima parte, realizzata in collaborazione con Gil Norton, il loro produttore storico (e responsabile del soporifero ultimo lavoro dei Foo Fighters, per intenderci), si addolcisce ulteriormente nella seconda, affidata a Brian Deck (già in studio con buona parte dei musicisti e delle band folk rock americane contemporanee), che tira fuori dalla band e dal materiale la loro versione più traditional, o reazionaria, se vogliamo, compresa la stessa “You Can’t Count On Me”, rassicurante e inoffensiva, scelta non a caso come primo singolo.
Ora, è abbastanza evidente che i Counting Crows, lasciatisi alle spalle le ispirazioni indie-grunge – seppur blande – degli esordi, abbiano assestato il proprio stile su un american rock sereno, caldo e senza particolari scossoni. La voce di Adam Duritz continua a cantare le sue microstorie di solitudine e abbandono con istrionica sicumera, a metà tra Robert Smith e Neil Young; sotto e intorno a lui, la band tesse le atmosfere a cui ci ha abituato: una musica perfetta per viaggiare, riflettere e stare soli. Un disco dei Counting Crows, insomma; che se non fosse per alcuni minutaggi un po’ troppo generosi, potrebbe essere un miracolo radiofonico come pochi.
Per chi cerca emozioni forti, questo disco (o i Counting Crows tout court) non è particolarmente più indicato. “Saturday Nights And Sunday Mornings” è un disco posato, gradevole e sfumato, più discreto che avvincente, ma ciononostante privo della forza tesa ed evocativa dei precedenti lavori della band di Duritz, forse proprio per questo ben lungi dall’essere il capolavoro che la stampa americana ha conclamato, ma che di sicuro, se non le aspettative, rischia di deludere quantomeno la lunga attesa.

Scroll To Top