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Court”, l’esordio del regista indiano Chaitanya Tamhane, va a impelagarsi nelle aule di tribunale indiane come neanche una puntata di “Law & Order”. Seguiamo infatti il caso del cantante, poeta e attivista Narayan Kamble, accusato di aver istigato al suicidio un operaio delle fognature di uno slum a causa del testo esplicito di una sua canzone. Viene mantenuto in custodia cautelare per evitare che possa reiterare il reato, e nel frattempo vediamo darsi battaglia (con aplomb invidiabile) l’avvocato del cantante e il pubblico ministero. Inoltre, nell’attesa fra un’udienza e l’altra, mentre passano mesi, conosciamo di più i due avvocati e persino il giudice, le loro famiglie, la loro routine quotidiana, sorprendentemente molto simile.

In Italia le lungaggini della giustizia e della burocrazia hanno già stufato tutti da parecchio, e un film del genere se fosse ambientato in un tribunale italiano, con imputati, avvocati e giudici italiani, sarebbe una cornucopia di urla, insulti, spintoni, cori da stadio. E se non lo fosse, sarebbe un film di fantascienza. E forse è sembrato fantascienza anche alle Giurie di Orizzonti e Premio Opera Prima, che l’hanno decretato entrambe miglior film tra quelli presentati alla Mostra del Cinema di Venezia. In questo tribunale si seguono le procedure, anche quando sembrano ottuse e generano ingiustizie (come la custodia cautelare, l’altissimo prezzo della cauzione, gli estenuanti rinvii per colpa di dettagli). Gli attori, inoltre, sono non professionisti, e in particolare l’attore protagonista Vira Sathidar è davvero un attivista dei diritti umani.

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