Home > Recensioni > Cradle Of Filth: Cruelty And The Beast
  • Cradle Of Filth: Cruelty And The Beast

    Cradle Of Filth

    Data di uscita: 01-01-1998

    Loudvision:
    Lettori:

Documento storico

Due anni dopo “Dusk…And Her Embrace” potrebbe sembrare tutto più semplice. Invece i Cradle Of Filth riprovano accrescendo la ricchezza stilistica del loro repertorio, togliendosi un’inutile icona di band-stereotipo dopo la tematicità generica della trilogia precedente, arrivando a costruire un concept album. Cruelty And The Beast è il risultato di un viaggio in terra ungherese da parte di Dani, in seguito all’avvicendamento di Damien Gregori con Les Smith/Lecter alle tastiere. Lì è stata composta la maggior parte delle liriche, visitando i posti dove è vissuta la protagonista di questa storia, storicamente documentata, la Contessa Elizabeth Bathory. Il disco si impegna non soltanto a imporre il marchio della band (perversione, oscenità, estetismo) sulla storia suggestiva che ha già generato letteratura e cinematografia troppo spesso di infimo livello, considerato il copione già di per sé vincente; nomi, personaggi, punti di vista, spesso riflettono una lettura approfondita dei fatti storici accaduti, sebbene poi intervenga una voce narrante decisamente affascinata dall’icona della Contessa.
Tutto comincia con un crescente vibrato di contrabbasso, e inquietanti tastiere attraversate da cori deviati. Les Smith si era già fatto notare come session-keyboardist degli Anathema durante il The Silent Enigma-tour, e per le registrazioni di parte delle synth per l’album Eternity; ma qui troverete la sua abilità utilizzata per fini ben diversi. Sebbene non sia tecnico e ricercato come Damien, ha un orecchio molto melanconico/paranoico, che molto spesso apprezza uno spettro sonoro romantico e distorto insieme, quasi uscisse dal subconscio, da un incubo. Dalle ultime note dell’intro “Once Upon Atrocity” si apre in modo minaccioso e sincopato “Thirteen Autumns And A Widow”, brano descrittivo, di complesso tessuto tecnico. Non è in effetti la vera partenza, ma mostra le maggiori novità in fatto di stile, mentre la trama viene introdotta dai testi. Il suono dunque, si rivela meno potente e ombroso rispetto al precedente disco; la band ha sempre rimarcato che “Cruelty And The Beast” soffre di mancanza di incisività e potenza, ma a mio parere questa riuscita, per quanto involontaria, può essere letta sotto un altro aspetto. Le chitarre rivelano nella loro snellezza tutta l’eleganza con cui è stata costruita l’opera, davvero rifinita di dettagli e di un lavoro contrappuntistico al limite del barocco. Con un suono genuino, antico quanto la storia raccontata.[PAGEBREAK]Ne trarranno giovamento sicuramente le parti più armoniose a seguire. A cominciare dalla chiusura della seconda traccia, che segna il termine della narrazione passiva e l’inizio della storia vera e propria: la vita della contessa viene rivissuta dal suo tredicesimo anno di vita, come se improvvisamente si ridestasse per vivere la parte che verrà raccontata. Cori amorevoli e chitarre gentili, in un crescendo sempre più maestoso, portano verso la conclusione del pezzo che confluisce direttamente in “Cruelty Brought Thee Orchids” capolavoro consegnato all’immortalità del tempo, pezzo forte del disco. Dopo un incrocio armonico di chitarre si viene trasportati da un crescendo di scale accompagnato dai toni gravi di Dani che sale fino al black più isterico. Un affascinante break chitarristico dà il via a riff di chitarra cadenzati e carismatici, liberando la tensione nel geniale ritornello. Si apre poi una lunga parentesi di puro stile, con le tastiere in evidente feeling con il contesto musicale, che stagliano la loro sinfonia sopra i ricami del basso di Robin, davvero caldo e mobile, e delle chitarre altruiste e sempre geniali. Non posso fare a meno di celebrare Gian per questa sua vena compositiva, la cui coerenza dà unità all’intero pezzo nonostante la sua natura composita. Le stanze finali riprendono il motivo principale, terminando con un finale magniloquente. Tremolo Strings introducono “Beneath The Howling Stars”, che conferma la consuetudine dei Cradle Of Filth di inserire una ‘sorella oscura’ a seguito del primo brano portante di un album. “Beneath The Howling Stars” condivide con la precedente la speciale complessità, ma non la struttura. Comincia difatti in modo serrato, con una batteria veloce in buona evidenza, prosegue poi impreziosendosi sempre di più, tentando una fuga in velocità ma poi arrestandosi in un intimistico stacco di organo e basso, in cui Dani alterna versi in metrica perfetta con il tempo del brano alla voce femminile di Sarah, ormai ufficiosamente il settimo membro del gruppo. In seguito si organizza una meraviglia di architettura musicale: un basso potentissimo costruisce la base, su cui ricami di pianoforte ed un assolo ipnotico ed insieme ammaliante dettano malizia, armonia, e malinconia pervertita al gusto estetico più fine. “Venus In Fear” è il primo intermezzo strumentale che conferisce ancora più effetto cinematico al disco. Archi allucinati, spasmi, urla di dolore, lussuria e morte dipingono il quadro della Contessa in vita, dedita al piacere, alla tortura dei corpi delle vittime, il cui sangue veniva utilizzato per gli appositi bagni, ai quali la sua mente deviata attribuiva il merito di mantenerla ‘la donna più attraente del XVI secolo’. [PAGEBREAK]Più thrash/death con preziosi tocchi di tastiera la breve “Desire In Violent Overture”, che trova il suo discreto merito nella tecnica sicura e, in qualche modo, trascinante. “The Twisted Nails Of Faith” introduce Ingrid Pitt come voce narrante della Contessa, ormai al termine dei suoi giorni. Suoni notturni e allucinanti dipingono una litania dal fascino misterioso e progressivo. Poi un cambio, e la narrazione balza avanti negli anni, trasformandosi in un preludio al canto del cigno di Elizabeth, che in dissolvenza lascia la meditazione alla lunga suite “Bathory Aria”. Divisa in tre parti coerentemente legate nello stile, come già successe in passato per “Beauty Slept In Sodom” il fascino melodico iniziale crea un feeling immediato, una risposta emotiva fulminante. Dopo l’inizio in pseudo-ballad pianistico-chitarristica, si procede senza mai salire troppo di ritmo, attraverso tecnicismi, fughe, stanze corpose, stacchi tastieristici, ed un malinconico, sotterraneo requiem in violoncello della durata di una ventina di secondi mentre viene annunciato il termine della storia con la morte della Contessa. La canzone dunque riparte con tono infernale, facendo riemergere la voce della Contessa con un monologo mentre entra nel regno dei morti, testimoniando la fine con i propri occhi. Tutto svanisce, e della storia rimane solo il ritratto della ‘Bloody Countess’, appeso al muro del suo palazzo. “Portrait Of The Dead Countess” è questo, una strumentale di chiusura descrittiva, fatta di una base ritmica mobile, di incertezza sentimentale, tra fascino e mestizia, ma nella distesa sonora c’è spazio anche per sottolineature di tensione, di una piccola estasi romantica che poi si dissolve nel silenzio.
Inspiegabilmente, l’album risorge in una canzone fuori contesto, un po’ riassuntiva dell’intera vicenda; spesso la band ama, dopo aver narrato un concept, inserire qualcosa di veramente proprio, uscendo definitivamente dall’obbligo di rispettare un canone storico ed entrando in una narrazione più libera. “Lustmord And Wargasm”, questo il titolo dell’ultima traccia, è dura, spigolosa, luccicante di fascinazione solo in qualche sparuta stanza. Un inquietante break chitarristico-tastieristico varia il copione, scivolando poi in uno stacco piuttosto pretenzioso, ma magniloquente e non privo di intensità. Così si chiude la perversa favola, trasudante tinte sadiche/Sadiane.
Al computo troviamo però che solo cinque canzoni, di cui una è fuori contesto, sono le colonne portanti, e tre strumentali non sono poche quando le rimanenti due canzoni sono più leggere o semplicemente introduttive-discorsive. “Cruelty And The Beast” tradisce il suo essere inizialmente stato concepito come un EP, salvo poi allungarlo per renderlo il quarto capitolo della discografia. Ma tolta la sua brevità, rimane una lezione di stile e anche di umiltà della band che riparte con brani finalmente inediti rispetto al periodo ’94-’95, con impegno immutato e mantenendo alto il tiro della combinazione stile-efficacia-immaginazione.

Scroll To Top